Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Quattro classici Red Records, l’etichetta italiana dal respiro internazionale.

Di Francesco Cataldo Verrina

Angelo Adamo – My Foolish Harp”, 2009: Angelo Adamo è un personaggio fuori dagli schemi, certamente fuori dall’iconografia classica del musicista: astronomo, giornalista e divulgatore scientifico per mestiere, jazzista, forse, per diletto, ma tutto ciò non è una deminutio capitis, tutt’altro, questo suo essere proteiforme lo colloca in un condizione privilegiata, ossia il poter pensare ed organizzare un set di elevato qualitativo, senza l’assillo di chi è sottoposto all’urgenza e alle scadenze contrattuali della musica come unica fonte di sussistenza e d’ispirazione. Oltremodo, lo strumento suonato da Adamo, l’armonica, non è proprio tra i più comuni usati nel jazz. “My Foolish Harp” nasce da un’idea a lungo covata negli anni e realizzata con alcuni vecchi compagni di studio, storici collaboratori ai tempi delle prime esperienze musicali ed alcune pregevoli partecipazioni speciali come quella del trombettista Fabrizio Bosso, i cantanti Paola Arnesano e Renato Geremicca, il flautista Roberto Barbaro, il trombettista Fabrizio Bosso e, soprattutto, Roberto Ottaviano al sax soprano, unitamente alla chitarra di Guido Di Leone, al contrabbasso di Giuseppe Bassi, alla batteria di Alessandro Minetto. Adamo evidenzia subito le sue doti di strumentista senza complessi d’inferiorità, elevando la sua armonica cromatica a strumento di prima fila e reggendo bene il raffronto con gli altri strumenti tradizionalmente più adatti a muoversi sul terreno jazzistico. Adamo lo fa da vero solista, da autentico front-liner, mentre i suoi sodali restano sullo sfondo ad operare dalle retrovie. E’ lui, da perfetto band-leder, che detta i tempi e i modi, non per desiderio di dominio, ma per rendere l’insieme armonico e fluente. Non a caso, a Bosso ed, a tratti, al batterista Alessandro Minetto vengono concessi spazi autonomi per l’improvvisazione. Splendido il soprano di Roberto Ottaviano in “Muzzy il gatto,” unica traccia firmata da Adamo (insieme a “La Mela di Carmela”), in cui le regole d’ingaggio e lo schema vengono in parte sovvertiti e dove armonica e sax s’intrattengono un dialogo a due voci da manuale. Fra i tanti standard scelti per l’occasione, sono da segnalare due ottimi componimenti, “Del Bottom” e “Apple Juice firmati dal chitarrista Guido di Leone. My Foolish Harp” è un lavoro di stampo tradizionale, ma innovativo per i suoni e sviluppi solistici, soprattutto nel concept, dove l’armonica conduce la progressione sonora in una dimensione quasi inedita, a volte sospesa tra il fiabesco ed il sapore di antiche narrazioni, attraverso la ricchezza di sfumature, i ricamati assoli, la prontezza espressiva con la quale vengono eseguiti. Un jazz dal gusto mediterraneo che colpisce per la finezza della ricerca e per l’originalità dei temi riportati in auge, dove l’armonicista mette a segno una serie di memorabili performance, con elevate punte d’eccellenza, quali “My Foolish Heart”, “How Insensitive” e due differenti versioni di “My One and Only Love”, una prima strumentale ed una seconda cantata da Geremicca, vera ciliegina sulla torta dell’album. Ottime anche “Nardis” e “Blue In Green”, di Miles Davis, “Dolphin Dance” di Herbie Hancock ed rinverdita versione di “Sea Journey” di Chick Corea, arricchita dalle pregevoli ed accattivanti escursioni vocali di Paola Arnesano. “My Foolish Harp un album non convenzionale, ma estremamente fruibile, che non conosce momenti di stasi e di cedimento, armonicamente e melodicamente mainstream, a tratti bop a volte cool, forte delle inedite circonvoluzioni dell’armonica a bocca Angelo Adamo e dei suoi ottimi compagni di cordata, tutti ben disposti al dialogo sonoro e all’interscambio finalizzato allo sviluppo del progetto. Registrato allo Studio Modula B Recording di Casalecchio Sul Reno (BO), il 26 e 27 aprile 2008, “My Foolish Harp” è un’altra brillante intuizione di Sergio Veschi e della Red Records. Consigliatissimo!

RD RECORDS – Angelo Adamo – My Foolish Harp”, 2009

Bobby Watson- “Quiet As It’s Kept”, 1999. “Quiet As It’s Kept” di Bobby Watson non è un disco innovativo e popedeutico alla sua evoluzione musicale, ma si colloca organicamente in quel numero di opere, fra le più significative della sua carriera, pubblcate dalla Red Records, tra le quali spiccano “Round Trip”, “Appointment in Milano”, “Love Remains”, “This Little Light of Mine”. In questo album registrato nell’agosto del 1998 a New York con la complicità del chitarrista Lenny Argese, Watson mostra il suo lato più soulful e romantico con una serie di ballate ricche di miele millefiori e intesi profumi latini. Sostenuto da un manipolo di veterani di studio, Terell Stafford tromba, Orrin Evans pianoforte, Lenny Argese (già citato) e Greg Skaff chitarra, Curtis Lundy, basso; Ralph Peterson batteria, Marlon Simon percussioni e Pamela Watson voce, Bobby esegue le sue perforanti melodie alternando sassofono alto e soprano, mostrandosi perfetto nella sua progressione, così come gli arrangiamenti e la scelta delle composizioni risultano azzeccate e senza la minima sbavatura. “Just For Today” di Ralph Peterson, un vero raggio di luce creativa, è un valzer lento che ricorda “Iris” di Wayne Shorter; “Interlude (To Be Continued)”, scritto firmato sempre da Peterson, si caratterizza come uno dei momenti più coinvolgenti dell’album. La superba padronanza che Watson dimostra di avere sullo strumento eleva questo disco ad un qualcosa che oltrepassa una semplice e sensuale sessione di sax. Le note fuoriescono dalla bocca del sassofono come scintillanti emozioni. “Watch the Children Play” mostra un cambiamento strutturale con il sax di Watson, il basso di Lundy, la chitarra di Lenny Argese che dialogano amabilmente. La title-track, “Quiet As It’s Kept”, aggiunge nuovi elementi grazie alla tromba di Terell Stafford dal tono smorzato e tagliente; lo stesso Stafford si ripete magistralmente in “Nubian Breakdown” e nel momento forse più riuscito del set, “Nanatsu-No-Ko”, una ballata ispirata ad un tradizionale pezzo folk giapponese, dove Watson si cimenta al soprano ed il pianista Orrin Evans porta a casa il suo miglior assolo. Pamela Watson, consorte del band-leader, è autrice di “Concentric Circles”, un componimento fluido ed intrigante, impostato su piacevole tempo variato. “Quiet As It’s Kept”, mostra un lato di Watson più rilassato, dove tutto viene morbidamente adagiato e senza sforzo su un tappeto sonoro ricco di melodie a presa rapida; si potrebbe parlare di un album linerae e completo nella sua totalità, senza picchi eccessivi verso l’alto e cadute verso il basso. Certo non è il Bobby Watson che tutti hanno conosciuto nei Jazz Messengers, il cambiamento di stile è facilmente percepibile, “Quiet As It’s Kept” racconta storie passionali avvolte da paesaggi lussureggianti ed eterei, descritti dal sassofonista attraverso una tono pieno e convincente, come le onde di un mare calmo nella sera, mentre la temperatura aumenta grazie al perfetto drive del basso di Curtis Lundy e la posa in opera di delicate linee sonore da parte del pianista Orrin Evans, che completa l’eloquio musicale di entrambi i sodali. Un album di forte intensità che non dovrebbe mancare nella vostra collezione.

RED RECORDS – Bobby Watson- “Quiet As It’s Kept”, 1999.

Luis Agudo e Daniele Di Gregorio – “Bala Boloum- Percusa live”, 2005: “Bala Boloum- Percusa live” di Luis Agudo e Daniele Di Gregorio, pubblicato della Red Records nel 2005, è un album visionario ed anticipatore, visto che oggi sono in molti a sostenere che l’approdo naturale del jazz moderno sia quell’intreccio di culture latine e di musiche del Sud del mondo. E’ chiaro non parliamo di un disco post-bop o di un lavoro puramente jazz. Qui il jazz è solo il terreno comune su cui i due musicisti, provenienti da esperienze diverse, hanno innestato la loro visione di un jazz scarnificato e tribale, basato sul ritmo e sulle percussioni. “Percusa”, termine brasiliano che definisce le percussioni, è simbolo del sodalizio tra Luis Agudo e Daniele Di Gregorio. Il primo, è un sudamericano, foriero dell’antica e centenaria tradizione ritmica afro-latina riproposta attraverso strumenti a percussione provenienti da tutto il mondo, alcuni di sua invenzione; il secondo, è un europeo, che ha maturato le proprie esperienze nell’ambito di una visione occidentale ed accademica delle percussioni. Entrambi hanno, da sempre, cercato nel jazz e nel suo humus strutturale, un punto di confluenza sul piano musicale ed un remota possibilità di incontro che diviene realtà in questo coinvolgente progetto a quattro mani, totalmente basato sull’improvvisazione, sul dialogo senza limiti o perimetri circoscritti. Agudo e Di Gregorio passano da uno strumento all’altro, da una sfumatura sonora all’altra, attraverso temi brevi e marcati, esaltandosi nell’ascolto reciproco, che diventa propedeutico ad una perpetua invenzione di idee a raffica e di intrecci sonori fantasiosi. Nonostante le affinità strumentali, i due non si sovrappongono e non si annullano mai, poiché pescano in vissuti sonori, esperienze e culture differenti: l’argentino Agudo è un riassunto musicale della tradizione latina di matrice africana che privilegia le percussioni; Di Gregorio, allievo di Gaslini, di scuola tipicamente occidentale, usa soprattutto strumenti a tastiera, marimba in particolare, nonché il pianoforte.“Bala Boloum- Percusa live” mette a confronto due universi sonori, quello più atavico di Agudo che stabilisce le coordinate ritmiche e poliritmiche e quello Di Gregorio che da forma, armonia e struttura ai singoli brani. Due tradizioni musicali, apparentemente lontane, che trovano nella percussione una matrice ed un linguaggio comune, forse, universale. Due metodologie d’impiego differenti rispetto al canone musicale, ma che si completano e si rincontrano nell’improvvisazione, quale elemento tipicamente jazzistico. “Bala Boloum- Percusa live” di Luis Agudo e Daniele Di Gregorio, registrato in presa diretta al Trenzano Jazz Festival nel 2003 ed al Teatro Rossini di Pesaro, è una porta aperta sull’universo dei suoni, verso un mondo dove parte del jazz contemporaneo ha forse stabilito una sorta di nuovo domicilio legale ed ideale.

RED RECORDS – Luis Agudo e Daniele Di Gregorio – “Bala Boloum- Percusa live”, 2005

Hector “Costita” Bisignani ‎– “A Noite E’ Minha (Mine Is The Night)”, 1997: Questo è un album, forse unico nel suo genere, perché esprime una tipologia di jazz, visto da un’altra prospettiva, quella dei musicisti brasiliani o vicini al Brasile, che non si lasciano però intrappolare nei moduli espressivi tipici della bossa nova, di cui non v’è traccia. Hector “Costita” Bisignani, musicista e compositore, nato a Buenos Aires in Argentina nel 1934, ma brasiliano di adozione dal 1958, è considerato uno dei migliori flautisti e sassofonisti sudamericani. Nel corso della sua lunga carriera ha partecipato a centinaia di registrazioni a vario titolo con artisti come Lalo Schifrin, nella cui Big Band inizio a suonare jazz, Manfredo Fest, Sérgio Mendes, Zimbo Trio, Hermeto Pascoal ed Elis Regina, muovendosi sempre intorno a quelle terre di confine che vantano una relazione di parentela con il jazz, quanto meno un comune terreno di elezione. Il disco avrebbe potuto essere registrato in una città europea o del Nord America, ma non avrebbe sortito il medesimo effetto, e questa fu la vera intuizione di Sergio Veschi, il quale volle trasportare nell’album non solo le sonorità ed i ritmi di un certo Sud del mondo, ma anche i rumori e le inquietudini dell’anima che scaturiscono da quell’insieme di influenze ambientali e culturali che circondano la fase realizzativa di un disco, nonché le percezioni che i musicisti ricevono durante l’atto creativo in studio. Ad onor del vero, la percezione che si riceve, scandagliando le dieci tracce dell’album, è che Bisignani e soci, più che portare il Brasile nel jazz, siano riusciti a portare fuori dal Brasile un jazz in una dimensione ed una forma espressiva completamente diversa, forse mai sentita prima, dove il prodotto finale non è la somma algebrica di due emisferi sonori, Nord e Sud, ma diventa una sorta di centro gravitazionale sonoro del tutto a se stante. Nella prolifica e lunga attività di Bisignani sono fondamentali i cinque anni vissuti in Europa a partire dal 1989, partecipando a vari festival jazz in Francia, Spagna, Grecia e in Italia, dove entra in contatto con l’etichetta “Red Records”, insieme alla quale diventa uno dei precursori dell’etno-jazz, giocando un ruolo significativo nel mantenimento delle radici musicali afro-brasiliane e nella fusione di queste con linguaggi e culture di diversi altri paesi. In “A Noite E’ Minha (Mine Is The Night)”, il corredo sonoro sudamericano di cui era in possesso Bisignani non diventa né un additivo, né un elemento sottrattivo, ma si trasforma un grimaldello che spalanca il jazz, aprendolo a nuove esperienze e sottraendolo ai rigidi canoni ritmo-armonici afro-americani e preservandolo dalle contaminazioni classicheggianti di tipo europeo, merito anche dell’ottima sezione ritmica d’accompagnamento: Toninho Pineiro, batteria e percussioni, Lito Robledo al basso elettrico e Alexandre Mihanovich chitarra, Sitar, Keyboards. Possiamo coniare il termine di jazz afro-brasiliano con una variante percussiva più prossima all’elemento etnico di tipo Bantu che non Yoruba, quale matrice poliritmica del jazz nordamericano. In “Choro Portenho” riaffiorano elementi argentini, cosi come struggenti sonorità andine si affastellano in “Thank You Baba”, trasferite nel contesto di un’arcana ambientazione metropolitana; su “Paracachun”, uno di brani più convincenti dell’album, snoccialato velocemente e con un fraseggio tagliente a passo di calypso, aleggia il ghigno beffardo di Sonny Rollins; “ A Noite E’ Minha” è un mid-tempo in crescendo, diluito da un chitarra dal tono rilassato ed esplorativo, a dispetto del titolo, a parte lo scivolamento ritmico differente, ricorda uno dei momenti migliori di Stan Getz; indicativa la dedica sulla copertina a Phil Woods, ma tutti i paragoni per questo album sono meramente fittizi e finalizzati a collocare l’album in una dimensione comprensibile, che comunque non è comune e presenta tratti inequivocabili di unicità, ancora a più di vent’anni dalla sua prima uscita. Per comodità potremmo definire “A Noite E’ Minha (Mine Is The Night)”, registrato a San Paolo in Brasile, il 26 e 27 maggio del 1997, un disco di jazz latino, ma sarebbe riduttivo, in realtà parliamo di un’opera anticipatrice, dove il Brasile fa rima con jazz e non con bossa nova. Consigliatissimo!

RED RECORDS – Hector “Costita” Bisignani ‎– “A Noite E’ Minha (Mine Is The Night)”, 1997
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