Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Red Records: il Jazz oltre ogni confine.

di Francesco Cataldo Verrina

Markelian Kapedani – “Blakan Bop”, 2011 : Il titolo “Balkan Bop”, potrebbe apparire una sorta di fantasiosa suggestione, eppure questo album è la dimostrazione lampante di quante affinità e similitudini ci siano fra numerose culture di quelle musiche che guardano verso un mondo altro, che dall’Est europeo si muove verso il Medio Oriente per poi approdare alle radici della Grande Madre Africa, congiungendosi con l’essenza ritmica e formale del jazz americano, passando per i Caraibi. Markelian Kapedani riesce a fondere mirabilmente elementi strutturali della musica eurocolta con il folklore dei Balcani, impiantandoli in un humus sonoro sostanzialmente jazz.

L’album propone una fruizione ed un’interpretazione multi-dimesionale e multi-direzionale, a cominciare dai titoli dei dieci brani, tutti composti dal pianista albanese, che fanno un chiaro riferimento ad una metodologia bop, la scelta dell’inglese è emblematica, così come le linee sonore e le costruzioni delle singole tracce esprimono un’evidente connotazione stilistica di tipo jazzistico; per contro l’aggettivo Balkan, presente nel titolo, sottolinea l’intenzione Kapedani, e dei sue sodali, il russo Yuri Goloubev al basso e l’israeliano Asaf Sirkis alla batteria, di dar vita ad una sintesi musicale aperta e allo stesso tempo rigorosa; una struttura inclusiva che assembli i moduli espressivi del jazz, accenti di estrazione balcanica, sonorità greco-turche, richiami evidenti alla musica ispanica, alle danze cubane, alle melodie berbere e dell’Africa del nord, dove ogni espressione musicale appartenente ai popoli delle aree geografiche citate assurge a sintesi musicale pulsante, il tutto sotteso da un ritmo festoso e crescente, che si sostanzia in una sorta di swing fortemente segnato da melodie dai colori mediterranei.

Le composizioni di Kapedani nascono dalla conoscenza della musica classica e dal suo bagaglio culturale, mentre, nella dimensione trio, le improvvisazioni si sviluppano da una propensione ad accogliere altri linguaggi e, naturalmente, da una forte padronanza delle innumerevoli tecniche del jazz, mentre il pianoforte assume una dimensione orchestrale ed onnicomprensiva. In apertura “Balkan Bop”, una progressione poliritmica ad alta gradazione, aromatizzata con speziature bop e swing ed aromi folklorici arabi e albanesi, tanto ricordare alcune danze orientali femminili. “Blue Penthaton” presenta una classica struttura blues, che s’interfaccia con una danza originaria del Nord-Ovest dell’Asia Minore, basata su un ballo composto da quattro piccoli passi con intervalli regolari. Ottimo il drive fornito dalla retrovie da basso e batteria. “Nashke” si dipana su una base jazz vagamente celtica con alcune incursioni rapsodiche di tipo zigano. “Cous Cous in Tunisia”, riporta alla mente “A Night in Tunisia” di Gillespie, spostando la bussola del ritmo tra Africa e Cuba, attraverso l’utilizzo della classica clave 2/3, che è l’asse portante di innumerevole forme musicali afro-cuban-caraibiche. “Bop Drops” è un distillato di jazz allo stato puro, basato su un saltellante swing; così come “One for Bud”, l’omaggio a Bud Powell, rappresenta l’anima autenticamente bop dell’album. “Remember my Dad “ è un’intensa e tormentata ballata che il pianista ha dedicato al padre, Gjon Kapedani. “ Oriental Traveller” è un viaggio aperto verso un immaginario altrove tra Occidente ed Oriente. “Quickly” gioca sul cambio di passo, attraverso una sequenza di ritmi mutevoli. In chiusura “ Davaj”, che porta nel disco alcune atmosfere tipiche della tradizione russa.

Registrato e mixato presso gli studi Forzani di Milano il 3 aprile 2011 per la Red Records, “Balkan Bop” è un album epico, una sintesi musicale estremamente serrata, ma in perfetto equilibrio, che evidenzia lo stile e la ricerca esteriore ed interiore di un pianista geniale e visionario, il quale muove alla ricerca di elemento multirazziale ed unificatore delle varie musiche del mondo. Consigliatissimo!

Boltro/Bozza/Bassini/Fioravanti/Prina – “In To The Blue”, 1987: Questo album nasce da una blowing session improvvisata, come racconta Sergio Veschi: “…senza neanche una prova, in un lontano pomeriggio… allo studio Barigozzi, non ha perso un solo grammo di freschezza e spontaneità. Da un lato vi sono i temi, senza dubbio semplici dal punto di vista armonico, ma assolutamente perfetti per coprire in un ampio ventaglio tipiche situazioni del jazz moderno...” L’incontro fra questi ottimi musicisti italiani fu una sorta di omaggio alle sonorità tipiche della Blue Note, ma non in maniera pedissequa, un ricalco o una riproposizione di vecchi standard, ma fu una rilettura moderna di alcuni canoni basilari del jazz moderno: dal bop classico al modale con accenni al free e al latin-jazz, attraverso la chiave di apertura del blues, che come sostiene lo stesso Sergio Veschi: “..il blues, che nella sua apparente semplicità costringe ogni solista a scavare in profondità nel proprio bagaglio tecnico ed espressivo. E’ noto che la dimestichezza, la familiarità con il blues rappresenta una delle cartine di tornasole per un jazzista di qualsiasi razza, nazionalità e culture, trattandosi di una forma che affonda le sue radici nello humus più profondo della musica nera: il gran padre del jazz, in poche parole, di tutti i tempi e tutte le latitudini ”.

“Into The Blue” è un lavoro poderoso, basato su sei composizioni originali a firma dei vari partecipanti al set, che mette in risalto un ottimo senso della melodia e dell’improvvisazione, un’inedita ricchezza di idee ed un forte senso di collegialità. Flavio Boltro, tromba e flicorno, Michele Bozza sax tenore, Piero Bassini piano, Riccardo Fioravanti basso e Giampiero Prina batteria. La prima linea si muove con agilità e con spirito costantemente inventivo, ottimi gli scambi tra sax e tromba e le progressioni improvvisative, i cambi di passo e di staffetta con l’eccellente sezione ritmica che dalle retrovie si spinge spesso in avanti sospinta sempre dall’anima del blues. Sostiene ancora Sergio Veschi: “…come tutti sanno, nella storia del jazz non mancano certo album interamente dedicati al blues, da “Kind Of Blue” di Miles Davis a “Bluesnik” di Jackie McLean, senza contare “Coltrane Plays the Blues” e diversi altri ancora. Quel che ci sembrava significative già allora – e che continua ad apparirci ancora importante, è che forse per la prima volta in Italia e in Europa, in un’epoca di spesso frenetiche e futili riscoperte delle radici, sia stato prodotto un album volutamente (e integralmente) dedicato al blues, per definizione elemento fondante e indissolubile della storia del jazz, e che tale album abbia saputo conseguire risultati di alto livello”.

Registrato nel maggio del 1987 per la Red Records, l’album è stato ristampato su CD nel 2004, mantenendo inalterata tutta la sua attualità e la forza propulsiva di coinvolgimento. “Into The Blue”, è un disco inossibabile e dalla struttura adamantina che non teme l’implacabile usura del tempo o il passaggio delle mode effimere e stagionali. E’ già un piccolo classico nel suo genere. Come ebbe modo di commentare, all’indomani della sua prima pubblicazione, anche il mitico Bobby Watson, che aveva collaborato con questi musicisti: “E’ una bella sensazione sapere che, in Italia, “vive” del jazz di questo livello”.

Salvatore Tranchini Quintet – “Faces”, 2004: La Red Records negli ultimi trent’anni ha saputo dare spazio al jazz americano ed italiano di alta qualità, fiutando le tendenze, gli artisti emergenti e scovando spesso fenomeni di elevato talento in ogni angolo d’Europa e del mondo. “Faces” del Salvatore Tranchini Quintet non sfugge a certe regole d’ingaggio. Tranchini, dotato di un drumming caldo, incisivo e capace aprire spaziosi varchi allo sviluppo melodico, ha fatto della batteria una forma d’arte espressiva ed dal tratto personale, pur muovendo da alcuni classici paradigmi ispirativi come Tony Williams o Philly Joe Jones. Con Farbizio Bosso alla tromba, Francesco Nastro al piano, Daniele Scannapeico al sassofono, Aldo Vigorito al basso, il batterista campano costruisce un terreno ritmico malleabile capace di accogliere le innumerevoli sfumature del jazz, in grado di dialogare con la tradizione, ma con uno sguardo proteso verso il futuro, attraverso un concept sonoro che intercetta tutte le nuove istanze del jazz contemporaneo.

L’album si sostanzia in nove tracce, di cui sette a firma dei vari componenti dell’organico e due classici standard, quale tributo al passato; il tutto ben amalgamato ed omogeneizzato dal timbro dinamico dei tamburi del band-leader e dalle sue inimitabili progressioni verticali. L’opener dell’album “Eurostar” composto da Bosso, è già un dichiarazione d’intenti: un hard-bop caratterizzato da roventi assoli up-tempo e da un esemplare dialogo fra la tromba di Fabrizio Bosso ed il sax di Daniele Scannapeico. “Just a Moment”, firmata del pianista Francesco Nastro, è un’elegante ballata soulful, dove il sax di Scannapeico e la tromba di Bosso in sordina riportano alla mente Miles Davis e John Coltrane di “Round About Midnight”. L’originale interpretazione di “I Remember Clifford” di Benny Golson si sviluppa attraverso una lunga progressione pianistica sostenuta dalla carezzevole pennellata di Tranchini, fino a diventare una perfetta performance in trio senza l’intervento dei fiati. “Running” di Steve Swallow, dal vago sapore caraibico, mette ancora in evidenza l’ottimo scambio fra tromba e sax, tanto da riportare alla mente i Jazz Messengers con Lee Morgan e Wayne Shorter. Gli altri originali non stridono al confronto, in particolare “Triton”. sempre composta dal pianista Nastro, che ripropone ancora echi del passato, attraverso un hard-bop adamantino e fantasioso sia nelle fasi improvvisative che nella progressione armonica, mentre il tracciato melodico è costantemente aperto e di facile penetrazione da parte dell’ascoltatore; così come “Sad Day”, composta dal sassofonista Scannapeico, una ballata mid-range arabescata, in crescendo e dal sapore coltreiano, che mette in luce i notevoli talenti dei vari protagonisti del set.

Registrato il 12 ed 13 aprile del 2003 allo Studio “Il Parco” di Napoli, “Faces” è un album corale e di sopraffina coesione stilistica, dove ogni strumentista costituisce un tassello importante per un mosaico sonoro fatto di incastri. Un disco che non dovrebbe mancare nella vostra collezione.

Pietro Condorelli – “Easy”, 2005: Dice Pietro Condorelli: “Non mi reputo semplicemente un chitarrista…sono, piuttosto, una persona che spende il suo tempo a tradurre in musica le sue emozioni
“Easy” di Pietro condorelli di emozioni ne dispensa molte. Sin dalle prime battute si percepisce un’atmosfera accogliente fatta di note calde ed appassionate, di un forte senso della melodia e di un groove molto mediterraneo che sostiene ogni traccia. Il costrutto artistico di Condorelli si appoggia su un ensamble di musicisti di rango e di esperienza collaudata: Francesco Nastro al pianoforte, Fabrizio Bosso alla tromba e al flicorno, Pietro Ciancaglini al contrabasso e Pietro Iodice alla batteria, già al finacodi Condorelli nel precedente album “Quasimodo”, ai quali si aggiungono Jerry Popolo e Daniele Scannapieco ai sassofoni contralto e tenore e Roberto Schiano al trombone.

Pietro Condorelli, eccellente chitarrista casertano da sempre concentrato in certosino lavoro di ricerca sulle varie possibilità comunicative dell’universo chitarristico, attraverso molteplici approcci stilistici, dalla musica etnica al funk, dal jazz al rock, con “Essy” esprime un spiccata vena boppistica vivace e comunicativa, tanto da farci dire: “Signor Condorelli, è un vero piacere!”. Il piacere di ascoltare una musica vivace, a tratti imprevedibile e tormentata da un velo di malinconia, tipico di conosce e vive la difficile realtà del Sud. Le parole del chitarrisata sono abbastanza esplicative: “Noi jazzisti, attraverso l’improvvisazione, veicoliamo non solo musicalità ma anche sentimenti. Da questo punto di vista ci sono sempre più musicisti che riescono ad esprimersi. Poi, che lo facciano in un idioma post-coltraniano mi interessa poco”. “Easy”, pubblicato dall’etichetta Red Records, ha un titolo abbastanza eloquente ed indica un strada da percorrere con leggerezza alla ricerca di assonanze ritmiche e curiosità musicali da trasferire all’ascoltatore attraverso il filtro del vissuto quotidiano.

Registrato il 22 e il 23 novembre all’Ipnocampus Studio di Napoli, l’album si srotola piacevolmente sotto i colpi perfetti di nove tracce ben assemblate in sequenza e legate da una specie di filo rosso emotivo, una sorta di libero pensiero e moto dell’anima basato su cinque standard moderni e quattro originali a firma Condorelli. Una piattaforma ideale su cui sviluppare idee sonore, battiti quotidiani e tormenti provenienti dal difficile mestiere di vivere, il cui collante diventa una sorta di leggerezza dell’essere narrata tramite le corde della chitarre: tutti i musicisti coinvolti nel progetto garantiscono un apporto fattivo, ritagliandosi uno spazio espressivo personale, ma sempre in contatto telepatico con il resto della band; non ci sono mai eccessi di virtuosismo o tecnicismo formale fine a se stesso; il tutto riaffiora come un fuoco sotterraneo che brucia una soluzione ad alta concentrazione emotiva. Sostiene Condorelli: “Per troppi anni mi sono estraniato dalla realtà, oggi provo a vivere tutte le esperienze, anche quelle lontane dal mondo della musica, perché ognuna di esse entrerà, in qualche modo, nelle mie composizioni. La sua tempra stilistica, il suo tocco mediterraneo son evidenti, così come il suo complesso vissuto esistenziale e le sue percezioni dell’humus jazzistico italiano e mondiale. In “LM Samba”, composta dal chitarrista di Caserta, si potrebbe intravedere qualche riferimento velato a Pat Metheny, ma il tocco vellutato e solare di Condorelli allontano subito ogni possibilità di accostamento; a tratti, soprattutto nell’iniziale “ Full House” del maestro Wes Montgomery, l’omaggio a quello stile appare più come un riverente tributo, che non un pedissequo ricalco. Tra i momenti migliori dell’album, “Del Sasser” di Sam Jones si caratterizza per finezza costruttiva da parte di tutto l’ensemble, con passaggi e scambi che lasciano il segno. “Finjang”, a firma Condorelli, ricorda qualche atmosfera acid jazz degli Incognito, attraverso, però, un groove molto più mediterraneo che spalanca una ampia finestra su un avvincente paesaggio melodico. Il climax si raggiunge con “Y Todavia La Quiero” di Joe Henderson, forse un tracciato sintetico dell’intero progetto, dove ogni musicista si libera della corazza e si lascia permeare dai suoni, narrando un frammento della propria vita artistica.

“Easy” è un disco multiforme e multicolor che mette insieme appunti e contrappunti jazzistici, mai banali, provenienti da esperienze multiple, unificate da quel battito vitale che scandisce i tempi della musica ed il passo degli uomini; parliamo un lavoro pulito e senza fronzoli o citazioni forzate, un incrocio fra bop moderno, cadenzati ritmi provenienti da una solatia metropoli del Sud del mondo, qualche passo di danza antilliana ed un gustoso lime partenopeo. Fortemente raccomandato.

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