Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Bobby Watson e le sue tribù.

// di Francesco Cataldo Verrina //

The Jazz Tribe / Ray Mantilla & Bobby Watson – “Everlasting” 2009: The Jazz Tribe nacque come un progetto ideato da Alberto Alberti, il quale uni i talenti di vari musicisti per un concerto organizzato nei primi anni ’90 al Festival Jazz di La Spezia, dando il via allo storico sodalizio tra Bobby Watson e Ray Mantilla con la Red Records. Nel corso degli anni Watson ha sposato spesso la causa del jazz caraibico supportando le idee di Ray Mantilla e viceversa. Nel catalogo Red Records sono presenti alcuni piccoli capolavori come “Quiet As It Kept” di Bobby Watson, in cui il sapore latino affiora da ogni microsolco, per poi culminare in “The Next Step” che trabocca di ritmi caldi ed esotici. The Jazz Tribe ha finito per diventare una sorta di società a responsabilità illimitata, guidata proprio da Watson e Mantilla, riaffermando una lunga tradizione già presente nella storia del jazz afro-americano, ossia il connubio con i ritmi-fratelli del Centro-Sud America; soprattutto confermando la lungimiranza della Red Records, la quale ha finito per divenire una sorta di roccaforte a presidio di questo modulo espressivo del jazz mainstream, che, ancora oggi, si caratterizza come uno dei più vivaci e prolifici e, forse, una delle forme evolutive praticabili dal jazz del terzo millennio. “Everlasting” di The Jazz Tribe poggia un sostegno ritmico-armonico di notevole spessore: Bobby Watson al sassofono contralto, Jack Walrath alla tromba, Xavier Davis al piano, Ray Mantilla alle percussioni, Curtis Lundy al basso e Victor Lewis alla batteria. La “Tribù” si cimenta con quasi tutti gli stili più popolari del jazz dell’ultimo mezzo secolo, amalgamando alla perfezione blues, bop, ritmiche afro-cubane, funk e R&B. La mescolanza di generi non è casuale, calcolata e fine a se stessa, ma ben calibrata ed arricchita da folate di calore e sentimento; soprattutto il sestetto, per la ricchezza di ambientazioni, variazione ed accenti musicali, riesce a creare l’atmosfera di una big band, dove le ricche trame percussive di Ray Mantilla e Victor Lewis fertilizzano un proficuo terreno per l’irrequieto contralto di Bobby Watson e l’infuocata tromba di Jack Walrath, mentre il piano di Xavier Davis martella ritmico e deciso, ma con forte espressività melodica, incalzato dal deciso drive del basso di Curtis Lundy, che a volte sputa proiettili di funk slappato. Nove tracce a presa rapida, in cui spiccano l’opener “Pecado Primero”, firmata Jack Walrath che crea una piacevole atmosfera da music hall anni ’40, con una superba tromba in primo piano, incalzata dal sax: sullo sfondo una Cuba, ancora colorata e cinematografica; a seguire “Hello Albert“, composta da Bobby Watson, che riporta l’ensemble su binari di un bop in odor di Jazz Messengers ed insanguato da movimenti latini. “Donna Lee” è un omaggio ad un classico di Charlie Parker, quasi reinventato e corroborato da un fulminante Watson in vena di eroiche gesta: “Ay Caramba”, ancora a firma Watson, è la perfetta sintesi tra Nord e Sud del jazz: la title-track, “Everlasting”, composta da Curtis Lundy, si caratterizza come un festoso bop, dal tratteggio soul-funk, diluito ed espanso da lunga linea percussiva. Registrato al Garden Production Recording Studio di New York, nell’aprile del 2008, “Everlasting” di “The Jazz Tribe” è un concentrato di bop-swing latino fuso a caldo, un album festoso ed irresistibile, melodico ed avvincente, che non dovrebbe mancare in nessuna collezione jazz, degna di questo nome.

Bobby Watson Quartet – “Love Remains”, 2009: Da molti considerato uno dei momenti più alti della carriera di Bobby Watson, “Love Remains” fa parte del periodo Red Records, in cui il sassofonista americano, quasi come avvolto da un’aura magica, ha dato il meglio di sé, forte di una maturità espressiva e stilistica ineguagliabile. In questa fase della carriera, l’altoista è riuscito ad ottenere dal suo strumento più di quanto molti suoi colleghi non siano riusciti a trovare nell’arco di una vita. Ogni assolo è una mini lezione di jazz passato, presente e futuro. Da quando nel 1977, Art Blakey, incubatore di molti talenti del jazz moderno, aveva inarcato le sopracciglie dopo aver assistito all’audizione di questo “ragazzo di campagna”, di tempo ne era passato; Bobby Watson aveva affinato al massimo la tecnica e assunto i crismi di una personalità forte e caratterizzata, liberando il sassofono contralto dal tipico schema parkeriano. E’ pur vero che il sassofonista non ha mai perduto del tutto l’iniziale imprinting, per cui, a livello istintivo, certe note sembrano richiamare il fantasma di Bird, così come, nei momenti più dolci e rilassati, quello di Johnny Hodges, ma gli studi, le frequentazioni e le esperienze accumulate nel corso degli anni lo hanno portato a definire uno modus operandi ben preciso e riconoscibile sin dalle prime battute. A differenza della classica “generazione Bird”, sin dagli inizi, il percorso intrapreso da Bobby Watson fu quello di guardare al futuro, rimanendo ancorato alle basi solide della tradizione ed aggiungendo al suo arsenale sonoro anche il sassofono tenore ed il flauto. L’arrivo nei Jazz Messengers innescò un naturale svecchiamento, concretizzatosi nell’arco di cinque anni al seguito di Blakey e culminato con la nomina a direttore dell’ensemble. “Love Remais” è lo specchio fedele di questa sua visione del jazz, in parte evolutiva ed in parte conservativa. Nel set, il sassofonista dimostra una completa padronanza degli idiomi bop e hard-bop, ma ciò che avvince sono la passione e l’anima che egli riesce a trasfondere in ogni nota, in ogni assolo, in ogni improvvisazione, complice una superba sezione ritmica: John Hicks al piano, Curtis Lundy al basso e Marvin “Smitty” Smith alla batteria. Registrato nella dimensione studio/live, il 13 novembre del 1986 al Manahattan Recording Company di New York, l’album si dipana attraverso sette componimenti originali, firmati da Watson e dalla moglie Pamela, ad eccezione di “Sho Thang” composto da Curtis Lundy. In particolare “The Mistery of Ebop” e “Blues for Alto” si caratterizzano come due dei momenti più riusciti dell’intera session, evidenziando un hard-bop avanzato, che offre all’altoista l’opportunità di allungarsi, in piena libertà espressiva, su alcune strutture assai complesse. La title-track resta comunque il momento clou dell’album: una ballata lenta da ascoltare a luci basse, foriera di struggente malinconica, carica di bruciante intensità e di un tenero lirismo, dove la melodia si adatta perfettamente al respiro di Watson; il risultato è una delle registrazioni più struggenti della storia del jazz, in cui la profondità delle emozioni è abissale. “Love Remains” si sostanzia come uno dei tesori stellari di casa Red Records, un capitolo importante nella storia del jazz di tutte le epoche, un must buy se siete tra coloro che ancora non lo posseggono.

Bobby Watson & Open Form Trio – “Round Trip”, 1987: “Round Trip” è sicuramente l’altro capolavoro “italiano” di Bobby Watson. Registrato al Barigozzi Studio, il giorno successivo alle sessioni di “Appointment in Milano” nel febbraio 1985 per la RED Records, Bobby Watson al sassofono contralto è affiancato da Piero Bassini al pianoforte, Atillo Zanchio al basso e Giampiero Prina alla batteria. Il titolo, “Round Trip”, nasce quasi provocatoriamente da un pezzo di Ornette Coleman e mette in evidenza la voglia del sassofonista di adattare elementi innovativi e al suo modus operandi. Il risultato è a dir poco stupefacente. Watson suona con piglio spigoloso ed angolare, mostrandosi perfettamente a suo agio attraverso una serie di moduli espressivi, che dal classico bop sfiorano l’avanguardia, mentre i sodali suonano in modo nitido e coeso, rendendo l’album molto accessibile e di facile metabolizzazione. Watson esegue una versione esplorativa di “Round Trip”, ampliandone la dimensione percettiva e rendendola molto più lineare ed immediata rispetto all’originale di Ornette; per contro si mostra intrigante e morbido nelle ballate come “There is No Greater Love”, e “Blue in Green”, sofisticato e quasi aristocratico nel valzer jazz “Sweet Dreams”; soprattutto riesce ad essere sempre a suo agio, pur scandagliando diverse tipologie di jazz. Rinvigoriti e riportati a nuova vita due standard, quali “There Is No Greater Love” e “Ceora” di Lee Morgan, rielaborata con un andamento più veloce rispetto alle tante versioni disseminate lungo le strade del jazz. Uno dei momenti più esaltanti dell’album è certamente il componimento originale “All the Things of Jo Maka”, ispirato ad “All the Things You Are. L’album illustra alla perfezione l’ampiezza del talento di Bobby Watson e la padronanza della materia in ogni circostanza e ad ogni latitudine. “Round Trip” non dovrebbe mancare in nessuna collezione jazz che si rispetti. Ineguagliabile la qualità sonora del vinile. Consigliatissimo!

Bobby Watson- “Quiet As It’s Kept”, 1999: “Quiet As It’s Kept” di Bobby Watson non è un disco innovativo e popedeutico alla sua evoluzione musicale, ma si colloca organicamente in quel numero di opere, fra le più significative della sua carriera, pubblcate dalla Red Records, tra le quali spiccano “Round Trip”, “Appointment in Milano”, “Love Remains”, “This Little Light of Mine”. In questo album registrato nell’agosto del 1998 a New York con la complicità del chitarrista Lenny Argese, Watson mostra il suo lato più soulful e romantico con una serie di ballate ricche di miele millefiori e intesi profumi latini. Sostenuto da un manipolo di veterani di studio, Terell Stafford tromba, Orrin Evans pianoforte, Lenny Argese (già citato) e Greg Skaff chitarra, Curtis Lundy, basso; Ralph Peterson batteria, Marlon Simon percussioni e Pamela Watson voce, Bobby esegue le sue perforanti melodie alternando sassofono alto e soprano, mostrandosi perfetto nella sua progressione, così come gli arrangiamenti e la scelta delle composizioni risultano azzeccate e senza la minima sbavatura. “Just For Today” di Ralph Peterson, un vero raggio di luce creativa, è un valzer lento che ricorda “Iris” di Wayne Shorter; “Interlude (To Be Continued)”, scritto firmato sempre da Peterson, si caratterizza come uno dei momenti più coinvolgenti dell’album. La superba padronanza che Watson dimostra di avere sullo strumento eleva questo disco ad un qualcosa che oltrepassa una semplice e sensuale sessione di sax. Le note fuoriescono dalla bocca del sassofono come scintillanti emozioni. “Watch the Children Play” mostra un cambiamento strutturale con il sax di Watson, il basso di Lundy, la chitarra di Lenny Argese che dialogano amabilmente. La title-track, “Quiet As It’s Kept”, aggiunge nuovi elementi grazie alla tromba di Terell Stafford dal tono smorzato e tagliente; lo stesso Stafford si ripete magistralmente in “Nubian Breakdown” e nel momento forse più riuscito del set, “Nanatsu-No-Ko”, una ballata ispirata ad un tradizionale pezzo folk giapponese, dove Watson si cimenta al soprano ed il pianista Orrin Evans porta a casa il suo miglior assolo. Pamela Watson, consorte del band-leader, è autrice di “Concentric Circles”, un componimento fluido ed intrigante, impostato su piacevole tempo variato. “Quiet As It’s Kept”, mostra un lato di Watson più rilassato, dove tutto viene morbidamente adagiato e senza sforzo su un tappeto sonoro ricco di melodie a presa rapida; si potrebbe parlare di un album linerae e completo nella sua totalità, senza picchi eccessivi verso l’alto e cadute verso il basso. Certo non è il Bobby Watson che tutti hanno conosciuto nei Jazz Messengers, il cambiamento di stile è facilmente percepibile, “Quiet As It’s Kept” racconta storie passionali avvolte da paesaggi lussureggianti ed eterei, descritti dal sassofonista attraverso una tono pieno e convincente, come le onde di un mare calmo nella sera, mentre la temperatura aumenta grazie al perfetto drive del basso di Curtis Lundy e la posa in opera di delicate linee sonore da parte del pianista Orrin Evans, che completa l’eloquio musicale di entrambi i sodali. Un album di forte intensità che non dovrebbe mancare nella vostra collezione.

The Jazz Tribe / Ray Mantilla & Bobby Watson – “Everlasting” 2009 – Red Records

Bobby Watson Quartet – “Love Remains”, 2009 – Red Records

Bobby Watson & Open Form Trio – “Round Trip”, 1987 – Red Records

Bobby Watson- “Quiet As It’s Kept”, 1999 – Red Records

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