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Da Vogue a Pitti Uomo la moda sceglie la sostenibilità ambientale.

Il Ventuno

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Questo mese la copertina di Vogue Italia ha scelto per la prima volta di avere un’illustrazione e non una fotografia. Otto artisti italiani, dalla pittura al fumetto, si sono messi all’opera creando una storia di moda per la rivista senza viaggiare, spedire e inquinare, come spiega nel suo editoriale Emanuele Farneti.

Allo stesso modo la copertina di Vogue UK è dedicata a Taylor Swift con la pop star che indossa una giacca vintage della collezione 2005 di Chanel. Niente di strano, questo è il messaggio del direttore Edward Enniful: moda sostenibile e basta con il mercato dell’usa e getta. <<Con la crisi climatica globale, tutti noi dobbiamo fare quello che possiamo per contribuire al dibattito sulla sostenibilità, comprare meno e comprare meglio.>>

Il tema era già stato affrontato da Anna Wintour, la vulcanica direttrice di Vogue America in tempi non sospetti, perché anche tra le grandi maisons ci si è chiesti come venire incontro alle richieste dei consumatori più attenti, sensibili al processo produttivo dei capi.

Già perché il settore della moda è il secondo più inquinante nel pianeta, dietro solo alla raffinazione dei prodotti petroliferi, dato il grande consumo di acqua ed energia. Ecco quindi che un minore impatto del ciclo di vita dei vestiti è diventato imprescindibile per i brand dell’abbigliamento, noti e meno noti. Da qui la ricerca su nuove fibre, controllo della filiera in ottica green e tessuti riciclati.

Anche a Pitti Uomo il tema della sostenibilità della moda è stato il motivo conduttore dell’edizione 97 appena conclusa.  Proprio alla Fortezza da Basso, durante la kermesse di fashion maschile, è stato presentato il progetto Time is Now alla presenza di Greenpeace, Istituto Europeo di Design e Consorzio Detox Prato. Quest’ultimo raccoglie le piccole imprese del settore tessile pratese impegnate nell’eliminazione delle sostanze tossiche dalla produzione dei tessuti (una realtà che da decenni ha peraltro la tradizione del riciclo, pensiamo al cardato). Lo I.E.D. dal canto suo è impegnato nella formazione dei designers per la sostenibilità e una coscienza diversa della fruizione dei vestiti.

Oggi in commercio c’è troppo abbigliamento che non può essere riutilizzato perché pensato per una fruizione usa e getta. E un abito che a fine vita non più essere riciclato è “spazzatura”! I nuovi prodotti della moda devono aver caratteristiche che vengono da filiere disruptive. Giovani designers saranno formati per concepire in maniera consapevole abiti che a fine vita possono rinascere dandone vita a nuovi. Progettare capi diversi per cambiare la mentalità di tutti è lo sforzo per il quale Chiara Campione, Corporate Unit Head di Greenpeace ha coniato il termine Lifestyle 1.5: indica il grado e mezzo di surriscaldamento del pianeta sotto il quale dobbiamo rimanere secondo l’Accordo di Parigi per il clima.

Dallo stile di vita però si possono prendere spunti per una cittadinanza attiva, evolvere da consumatori a cittadini, Citizen 1.5 quindi, perché il 70% delle emissioni in atmosfera provengono dalle città. E nelle città vivranno i 2/3 della popolazione mondiale secondo le previsioni al 2050. Nel luogo per eccellenza del consumo, questa è l’ultima chiamata per farlo in maniera consapevole, dopo che l’Occidente ha importato ai paesi emergenti il modello dello spreco.

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