Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Red Records, sassofoni dai bollenti spiriti.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Steve Grossman – “Love Is The Thing”, 1985: Nel sax tenore di Steve Grossman convivono molte anime, forse la più evidente è quella di Sonny Rollins, ma la sua personalità artistica e musicale è talmente definita e caratterizzata, tanto che ogni riferimento all’epopea aurea del jazz moderno può essere facilmente contraddetto o bypassato. In questo set del maggio 1985, registrato allo studio Barigozzi di Milano, il sassofonista sembra più indirizzato verso una dimensione post-coltane; anzi, quasi certamente e senza ombra di dubbio, “Love Is The Thing” può essere considerato come un tributo ideale a Trane e dintorni, a cominciare dall’opener “Naima”, in cui Grossman, supportato da un’eccellente sezione ritmica, restituisce al mondo una straordinaria interpretazione di questo classico, imprimendogli personalità e vigore e senza mai cadere nel ricalco o nella citazione calligrafica. Il pianista Cedar Walton, il bassista David Williams e il batterista Billy Higgins ne assecondano i piani, rimodulando e dando nuova linfa vitale a brani della tradizione, come “My Old Flame”, un flessuosa progressione in crescendo magnificata dall’avvincente gioco melodico; soprattutto la temperatura emotiva cresce attraverso la scossa elettrica innescata da due suadenti ballate: “Easy to Love” e “Easy Living”. Il climax si raggiunge con “I Didn’t Know What Time It”, un elegante e calibrato mid-range, dove la band trova la migliore quadratura, attraverso una perfetta oscillazione a base di swing. “415 Central Park West” è l’inedito firmato Grossman, che sembra richiamare il Coltrane di “Giant Steps”, e ben figura in questo pugno di perle sottratte al forziere del passato. In chiusura, il pathos cresce a dismisura con What’s New”, dove il sax assume il carattere di una voce umana dal tono lancinante e narrativo, distribuendo scaglie di tenerezza. “Love Is The Thing” è un album con il bollino di qualità, diviso fra modernità e tradizione, garantito dal marchio Red Records; un altro fiore all’occhiello di Alberto Alberti e Sergio Veschi, che in un momento difficile, forse di vacatio legis per il jazz, hanno saputo canalizzare le migliori energie del mainstrem (e non solo) di quegli anni. Un album di alto profilo qualitativo da aggiungere alla vostra collezione jazz, senza ma e senza se.


Introducing J.D. Allen – “In Search”, 1998: Oggi J.D. Allen è considerato uno dei migliori sassofonisti al mondo; il plauso del pubblico e della critica lo sostengono da anni ed i riconoscimenti ricevuti sono molteplici, ma ascoltando i suoi più recenti album, gli ultimi due in particolare, in cui si muove con fare sapiente e calibrato da consumato professionista, ci si rende conto che la sua dimensione sonora si staglia su un costrutto molto più riflessivo e non possiede più i bollenti spiriti e i demoni “coltreiani” del giovane sassofonista al suo debutto come band-leader avvenuto nel 1999, quando aveva poco più di 26 anni. Originario del Michigan, classe 1972, Allen aveva trovato subito calda accoglienza al suo arrivo sulla scena newyorkese, collaborando con illustri jazzisti come George Cables, Betty Carter, Ron Carter, Jack DeJohnette, Frank Foster, Butch Morris, David Murray e Wallace Roney. Fu, però, l’incontro con il trombettista italiano Fabio Morgera a spianargli la strada verso un brillante carriera. Fabio Morgera divenne il suo primo produttore, favorendone l’esordio discografico in casa Red Records con l’abum “In Search”. Lo stesso Morgera prese parte alla registrazione dell’album come secondo elemento del front-line con il sostegno di Eric Revis al basso e Rodney Green alla batteria e la partecipazione del pianista Shedrick Mitchel nelle tracce 1,4 e 7. Fu una sorta di cross-playing, dato che J.D. Allen aveva contribuito all’album di Morgera dell’anno precedente, “Slick”, pubblicato sempre su Red Records. J.D. Allen si era formato sull’insegnamento ideale della scuola post-Coltrane; e lo dimostra per tutto l’album, esprimendo un tono roccioso e corposo e con una potenza di fuoco da far tremare i polsi ai grandi sassofonisti del passato; anche le doti di compositore sono ampiamente evidenti, fatta eccezione per “Lonely Woman” di Ornette Coleman, ciascuna delle partiture è farina del suo sacco; tutti gli elaborati sonori non sembrano per nulla quelli di un debuttante, ma frutto di una penna matura e consumata. “In Serch” mette subito in evidenza anche le caratteristiche di un giovane esecutore che, sia pure con determinazione e forte personalità, si dimena fra vari modelli ispirativi: molto vicino a Coltrane come impostazione di base, a volte un po’ Sonny Rollins con uno stato di eccitazione in più, attraverso un carosello di melodie e e ballate mid-range, talvolta soavemente oscillanti, talaltra più chiassose ed energiche; il suo stile compositivo ed esecutivo è un amalgama perfetto, fatto di brevi grappoli di note accatastati e lunghe linee melodiche, tanto da riportare alla mente un certo Wayne Shoter. Registrato al 900 Studio di New York nell’agosto del 1998, “In Searrch” presenta subito le le sue ottime credenziali con l’iniziale “Jaya-Paul”, un’ariosa ballata post-bop segnata da un assolo angolare di Allen e da un accompagnamento quasi sbilenco al pianoforte da parte di Shedrick Mitchell. Tutte le esecuzioni marciano con piede sicuro in un ambiente alquanto rilassato e consapevole dei propri mezzi. Il drumming di Rodney Green è deciso e ben calibrato, ma l’inera band fornisce una solida architettura sonora in tutti i pezzi, tra cui spiccano “Little Joe”, “Catch 22” e “Peebow’s Vibe”, escursioni sonore per le strade di una moderna metropoli. Fabio Morgera, su tromba e flicorno, diventa il partner ideale ed il deus ex machina sulle tracce ad andamento lento e sulle ballate come “Mudeeya” e “In Search of”. Questo è un disco che oltremodo ha una valenza storica, ossia il lancio di uno dei più importanti sassofonisti tenori contemporanei da parte di un’etichetta italiana. Da aggiungere alla vostra collezione jazz, senza esitazione alcuna.

Jim Snidero -“While Your Here”, 1991: Jim Snidero, altoista di rango, oggi sessantunenne, a torto poco trattato dai libri di storia e dalle cronache jazzistiche, ma per contro molto apprezzato da colleghi e addetti ai lavori, ha all’attivo una cinquantina di partecipazioni come sideman ad importanti registrazioni di artisti di fama mondiale ed una trentina di album come band-leader, l’ultimo “Waves of Calm” è uscito proprio nel 2019 per la Savant. Quando Snidero diede alle stampe questo primo album, “While Your Here”, per l’italiana Red Records di Sergio Veschi, aveva 33 anni. Ne seguirà un secondo l’anno successivo con il titolo di “San Juan”. Dopo aver frequentato la University of North Texas, nel 1981 e si era trasferito a New York, collaborando con Jack McDuff, Frank Sinatra, Eddie Palmieri, il Frank Wess Sextet, la Mel Lewis Orchestra e la Mingus Big Band e divenendo, a metà degli anni ’80, membro effettivo della Toshiko Akiyoshi Jazz Orchestra. Molto apprezzato la sua attività di docente e di autore di libri didattici soprattutto per le sue qualità di fine improvvisatore, Jim Snidero propone con “While Your Here” una sessione modello post-bop ad oscillazione perpetua, ben congegnata nella scelta del materiale suonato e piacevolissima da ascoltare, senza cadute o momenti di cedimento. Perfetta la registrazione in termini qualitativi, effettuata nel dicembre del 1991 al Clinton Studio in quartetto. Jim Snidero al sax alto è sotteso da una magnifica retroguardia, Peter Washington e Tony Reedus rispettivamente al basso e alla batteria, ma la carta vincente dell’album è Benny Green al pianoforte, che oltre ad essere un valore aggiunto, diventa una specie di comprimario in pectore del progetto. Per inquadrare meglio il personaggio, basta leggere una sua dichiarazione: “Per me è importantante avere swing e anima. Da questo punto di vista Charlie Parker, Sonny Stitt, Cannonbal Adderly sono per me la perfezione al contralto. Ma, allo stesso tempo, tendiamo di andare oltre nei tipi di strutture, sequenze accordali e feelings decisamente più aperti e contemporanei. Bisogna essere onesti con quello che si fa. Se tu pensi che sia giusto fare quello che non tu ma gli altri ritengono importante non sarai mai convincente ne in pace con te stesso. Non sarai mai contento perché non suoni quello che senti ma ciò che pensi che gli altri vogliono sentire”. L’album si compone di quattro pezzi a firma Snidero, una composizione del pianista e tre standard eseguiti in alternanza, i quali offrono un campionario delle tante voci del vocabolario e del fraseggio jazzistico, attraverso una tecnica formidabile ed un feeling profondo. In apertura “While Your Here”, componimento originale, che riporta alla mente il suono di Bobby Watson ai tempi dei Jazz Messangers; sempre considerando che tutti gli altoisti hanno delle similitudini e che per ciascuno di essi il faro illuminante resta Bird. Di lui, Minkowski di Jazz Times, scrisse: “Suona con quel tipo di condotta e convinzione che riportano alla mente un ristretto numero di leggendari altosassofonisti. Si tratta di un musicista dal talento sovrabbondante al culmine delle sue capacità criminosamente sottostimato”. La pietanza in agrodolce cambia subito ingredienti con “Intimacy” firmata dal pianista del quartetto, Benny Green, un ballata mid-range, dove la morbidezza e l’eleganza del piano creano un contrasto piacevolissimo con il sax che, pur stando al gioco, tenta di liberarsi dai freni inibitori, attraverso un mix di controllata incisività e variazioni melodiche da manuale. A seguire una ballata insanguata di blues, “A Few to Many” scritta da Snidero, che si muove flessuosa, dove il sax disegna accattivanti onde melodiche e spiana la strada ai sodali dalle retrovie, specie al basso, per qualche piccolo assolo, mentre in piano entra in scena con una cadenza a martello dal gusto retrò. “ FlyLitle Bride” di Donald Byrd squarcia di nuovo il cielo con un up-tempo soulful che consente alla band un’ottima vetrina espositiva ed un apporto energetico sostanzioso, dove la melodia ridisegnata da Snidero con la spinta del piano risulta molto più ficcante rispetto all’originale suonata dalla tromba di Byrd; qui il contralto s’innalza con leggerezza come sospinto da un vento creativo, fino ad effettuare un volo magistrale. “State Of Affairs” è un’altra ballata di Snidero che scava in profondità, attraverso una fumosa melodia, avvolta in cumulo di gravosi pensieri, il sax distilla gocce di liricità e phatos, producendo brividi a cascata. Uno dei momenti più toccanti dell’album, il punto più alto in assoluto. Un passo lento che da l’idea di come i grandi sassofonisti sappiano camminare con leggiadria sui carboni ardenti e sul filo del rasoio. “I concentrate On You” di Carl Porter, dalla melodia immortale, è un omaggio alla tradizione, in grado di sviluppare una piacevole atmosfera swing, raffinata e dal sapore vagamente cinematografico, così come con “I Can Get Started” viene riproposta una delle più belle arie di Duke Ellington, rivitalizzata e riporta a nuova vita. In conclusione, “Front Line” a firma Snidero riporta la band sul terreno di un post-bop suonato in modalità a passo svelto: il sax tocca molti registri dai più alti ai più bassi, saltando spesso i passaggi intermedi, dal canto loro i sodali ne sostengono brillantemente la progressione senza tentennamenti ed aria ferma, mentre la corsa del piano sembra irrefrenabile, un assolo di batteria rilancia il sax per un finale mozzafiato. “While Your Here” è un album dal suono scintillante e ben centrato, che potrebbe illuminare la vostra già assortita collezione di dischi jazz.

Jerry Bergonzi – “On Red”, 1989: Jerry Bergonzi è un sassofonista focoso, passionale, istintivo, a volte invasato dallo spirito del Coltrane più irrequieto, anche se il suo jazz offre poco alla componente mistica e trascendentale. La musica di Bergonzi è spesso lava incandescente, mentre le sue ballate sono spesso una pausa tra un impeto ed un altro, intagliate nella roccia con forza espressiva di Sonny Rollins: la perforante versione di “Theme For Ernie” ne è una testimonianza tangibile. “On Red” è un album tutto italiano, registrato in Italia con musicisti italiani e che del jazz italiano di quell’ultimo scorcio di anni Ottanta respira l’aria salubre e frizzante a pieni polmoni. Il disco racchiude le molte doti espressive e stilistiche di Jerry Bergonzi, in uno dei momenti più esaltanti della sua carriera, assecondato dall’intraprendente Red Records, nella cui “factory” creativa in quegli anni transitarono alcuni dei migliori sassofonisti di una certa generazione, quali Bobby Watson, Hector Costita Bisignani, Steve Grossman e Bob Berg. I trascorsi di Jerry Bergonzi raccontano di un musicista in grado di modificare l’assetto sonoro di un gruppo anche in qualità di sideman; il suo esordio al seguito di Dave Brubeck negli anni ’70, in sostituzione di Paul Desmond, portò una ventata di novità e di energia nella band del pianista, divenendo una sorta di antitesi rispetto al suo predecessore. L’album si apre proprio con un tributo a Brubeck, dove l’interpretazione più ruggente ed aggressiva di “In Your Own Sweet Way” da parte del sassofonista di Boston riporta a nuova vita una ballata dalla palpebra calante, che assume quasi i tratti dell’inedito. Jerry Bergonzi al sax tenore si avvale di un’affiatata sezione ritmica: Salvatore Bonafede al piano, Dodo Goya al basso, autore di “Dodo’s Waltz uno degli originali presenti nell’album e Salvatore Tranchini alla batteria. A prescindere da repertorio, Bergonzi è sempre arrembante e roccioso, a volte tagliente, in cui è possibile rinvenire anche qualche traccia di Wayne Shorter, ma soprattutto sostenuto da un’ottima retrovia che non lo perde mai vista, mentre la tensione sale con “Pannonica” di Thelonius Monk ed il pathos investe in pieno il quadro emotivo dell’ascoltatore con “I’m My Everything” di Harry Warren. Tre sono i componimenti a firma Bergonzi: “Surrender” un piccolo gioiello di post-bop, mutuato sui cambiamenti di accordi del classico “Softly, as in a Morning Sunrise” di Abbey Lincoln, molto amato da Rollins, Coltrane e Davis; “Si, Senora”, è una ballata latina mid-range ben costruita ed a facile presa, che da sola vale il prezzo della corsa; “I Want To Talk About You” si caratterizza come una perfetta progressione post-bob dal tono misurato, ma dai forti connotati soulful. Registrato allo studio Barigozzi di Milano nel maggio del 1988, “On Red” è un album dai toni cangianti e dai colori intensi, che trova nella sua natura mutevole il vero punto di forza.

Steve Grossman – “Love Is The Thing”, 1985Red Records

Introducing J.D. Allen – “In Search”, 1998Red Records

Jim Snidero -“While Your Here”, 1991Red Records

Jerry Bergonzi – “On Red”, 1989Red Records

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