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Intervista a Betty Colombo, Ambassador Save The Planet.

Il Ventuno

IL DOVERE DI INFORMARE, IL DIRITTO AD ESSERE INFORMATI

Betty Colombo è una fotoreporter testimonial Canon che lavora con le principali testate italiane, occupandosi prevalentemente di reportage di viaggio e attualità. Da citare le sue collaborazioni con Vanity Fair, Vogue, Glamour e i lavori per brand importanti quali L’Orèal Paris, Yves Saint Lauren e Corneliani. Ha realizzato immagini premiate da Absolut Vodka, Pernod Fils e Swatch, oltre che un video sulle donne acidificate destinato alla campagna “Mai più violenza sulle Donne” di Amnesty International, in seguito trasmesso alla Biennale d’Arte di Ankara. Il Centro Pompidou di Parigi e il Museo d’Arte Moderna di Stoccolma hanno sue installazioni fotografiche. Betty ha inoltre ripreso le realizzazioni aerospaziali presso l’ALTEC all’interno del progetto dedicato a Marte. Da 10 anni collabora con importanti chirurghi per realizzare fotografie artistiche che raccontino la ricostruzione dei corpi umani in sala operatoria.

Il 7 marzo 2020, nell’ambito della Biennale Europea di Fotografia Femminile a Mantova, inaugurerà a Palazzo Ducale una mostra personale dal titolo “La Riparazione”. Con l’occasione ho fatto alcune domande alla nostra Ambassador.

 

Betty, lei vanta un’importante carriera da fotoreporter, per prima cosa vorrei sapere che idea si è fatta del rapporto tra uomo e natura?

Ho girato il mondo toccando territori diversissimi, ascoltando storie di ogni luogo e differenti prospettive. Il rapporto tra uomo e natura è qualcosa di controverso e stupefacente che molte volte mi ha fatta riflettere. La Terra cambia, un po’ per sé stessa e molto a causa nostra. Ma il pianeta sa muoversi per autoripararsi e così l’uomo cerca di fare altrettanto. La natura ci ferisce e la natura ci ripara. L’uomo distrugge il pianeta e poi lo cura nel sottile equilibrio in cui entrambi si feriscono a vicenda per poi aggiustarsi.

 

 

In cosa consiste il progetto che porta in mostra a Mantova?

Questo lavoro è un tempo fermo sul tema della riparazione. L’attimo lirico in cui una fotografia racconta alcuni passaggi di questo fenomeno. Se ci pensiamo è un concetto fortemente romantico che si contrappone alla realtà dell’usa e getta; “prendersi cura di…”, riparare il guasto per conservare al posto di cambiare. Un rimedio, dopo aver rotto un equilibrio, ne ritrova incredibilmente un altro.

 

Ci può anticipare qualcosa su quello che troveranno i visitatori?

“La Riparazione” è l’esposizione di venti immagini selezionate, cinque per quattro scene riprese. La prima serie racconta un territorio colpito da un incendio devastante, quello del Parco Campo dei Fiori in zona prealpina. Ci sono immagini della sua rinascita. Un bosco soffocato dal fumo e dal fuoco che torna a respirare e a farci respirare. La seconda serie testimonia un’operazione di trapianto: un uomo muore e lascia a un altro l’ultimo respiro dei suoi polmoni, permettendogli di continuare a vivere. La terza serie esplora l’aspetto controverso dell’uomo che distrugge la natura e i suoi abitanti ma si intenerisce di fronte agli animali, al punto da dedicar loro energie e sentimenti. Infine, l’ultima serie è il reportage di un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva in seguito a un’ustione. Mentre il bosco incendiato cambia parte di sé facendo esplodere e poi sbocciare i semi racchiusi nel terreno, allo stesso modo l’uomo cambia la propria pelle; prende lembi di tessuto cutaneo sani e li trasferisce sopra a zone ustionate o corrose, rinnovandosi.

 

A proposito del Campo dei Fiori, lei è originaria della Provincia in Varese, immagino quell’incendio l’abbia toccata particolarmente?

Esatto. Conosco bene quei boschi, ho fatto scout dai 5 ai 18 anni, li avrò visitati centinaia di volte! Proprio quell’esperienza formativa mi ha fatto sviluppare un’attenzione particolare per la Natura. Quando c’è stato l’incendio mi è capitato di andare a vedere cosa era successo ma non avevo intenzione di testimoniare l’accaduto fotograficamente. In seguito, invece, sono tornata e anche con l’ausilio di un drone ho realizzato una serie di scatti. Ho immortalato la natura che prova a guarirsi e gli esseri umani che le danno una mano con gli interventi di sistemazione dell’area.

 

“Aiutiamo il Campo dei Fiori” è un progetto di Save The Planet, è nato dal suo ruolo di ambasciatore della ONLUS?

No, in realtà è un puro caso che entrambi ci siamo impegnati su questo fronte. Quando ne ho parlato con l’associazione ho scoperto che avevamo un’amicizia in comune, l’architetto del parco Monica Brenga, e si erano già attivati per fare qualcosa di concreto dopo l’incendio. Così è nato il progetto per garantire una maggiore tutela al Parco, interventi di prevenzione con la creazione di sentieri percorribili dai mezzi di soccorso e la creazione di un bacino d’acqua artificiale in caso di nuovi incendi.

 

Qual è il suo rapporto con la tematica ambientale, e come si riflette nel suo lavoro di fotografo? 

Come ho già accennato, ho una formazione da scout e il tema della tutela dell’ambiente l’ho dentro praticamente da sempre. Diventare fotoreporter mi ha permesso di viaggiare nel mondo e vederlo cambiare. Così, anche nel mio lavoro ho cercato di testimoniare la bellezza della Natura e sensibilizzare le persone: se vuoi che questa bellezza continui ad esistere bisogna proteggerla.

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