Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Steve Lacy, genialità senza regole.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Gil Evans & Steve Lacy ‎– “Paris Blues”, 1988: “Paris Blues” nasce dall’insolito incontro fra Gil Evans, pianoforte e piano elettrico e Steve Lacy sax soprano. Realizzato nella capitale francese, fu dato alle stampe da un’etichetta locale, la Owl, quindi ripubblicato negli Stati Uniti dalla Sunnyside Records nel 2003. Fu anche l’ultimo album in studio di Evans prima della sua morte avvenuta nel 1988. All’indomani dell’uscita, la rivista Downbeat, accolse il disco calorosamente, conferendo all’etichetta francese Owl un encomio solenne per l’iniziativa ed una recensione a cinque stelle. Registrato il 30 novembre e il 1° dicembre 1987, presso il Family Sound Studio di Parigi, “Paris Blues” è un album alquanto sorprendente da svariati punti di vista, così come le riflessioni in merito potrebbero essere molteplici. Di certo l’atmosfera parigina, intima, languida e decadente, sarà stata propedeutica all’abbinamento fra questi due musicisti. Accoppiamento che risulta particolarmente appropriato: vuoi per lo stile melodico espresso in ogni pezzo suonato; vuoi per la forte liricità impressa in fase improvvisazione. Alcuni artisti raramente sbagliano un colpo, non importa se suonino da soli o con una big band. Steve Lacy, come Keith Jarrett, è uno di questi: possono afferrare quasi fisicamente l’ascoltatore, come se questi avesse una maniglia impiantata tra la colonna vertebrale ed il cervello e trasportarlo in luoghi remoti e in altre dimensioni. Anche in questo set, Steve Lacy sa essere protagonista nella sua solita forma, assai duttile, che gli consente di allungarsi e muoversi in ogni direzione e di scavare all’uopo, davvero nelle profondità abissali della musica, caratterizzando la fase melodica con un tratto molto innovativo ed evocando con sicurezza i brani di alcuni dei suoi compositori preferiti, tra cui svettano “Goodbye Pork-Pie Hat” di Charles Mingus e “Paris Blues” di Duke Ellington, nonché “Esteem” firmata da egli stesso. Dal canto suo, Gil Evans offre un eccellente accompagnamento, anche se la sua meritata reputazione di arrangiatore supera di gran lunga quella di improvvisatore; ciononostante non inciampa mai sui cambiamenti proposti da Lacy, mentre i suoi assoli, sia pur contenuti, risultano alquanto graziosi. Del resto Evans svolge, consapevolmente, il ruolo di accompagnatore, così quando il sassofono soprano di Steve Lacy entra in scena, il geniale Gil fa ricorso ad una semplice formula magica, la quale si esprime attraverso un suono pieno e calibrato che fuoriesce dai tasti del pianoforte o del piano elettrico, colmando pause e silenzi con piacevoli note accuratamente scelte. Pur mantenendo una sonorità insolita a causa del minimalismo della strumentazione e dei rispettivi stili dei due musicisti, l’album contiene un’atmosfera musicale fortemente magnetica, a tratti maliarda e seducente. Gli animi sensibili ed i palati raffinati saranno favoriti nella fruizione; essi pur non cercando il massimo in un album del genere, difficilmente troveranno un punto debole in termini di esecuzione, affiatamento ed equilibrio formale. Si potrebbe parlare di un’ambientazione diversa per ciascuno dei dei due esecutori, complementari e padroni dei propri strumenti, i quali spostano i loro talenti in direzioni alquanto inaspettate, per poi confluire in un unico punto di approdo. Un disco superbo, sottile, mercuriale e sorprendente, per veri cultori del jazz, i quali desiderano elevarsi sulla banalità dell’omologazione e sull’idea di prevedibile e massificato.

Steve Lacy – “Anthem”, 1990: La Rivoluzione Francese è un simbolo o, forse, una metafora della cultura occidentale, segna la fine e l’inizio di un’epoca. Ma in questo album di Steve Lacy, più che un elemento rivoluzionario, cogliamo una sorta di illuminismo creativo, dove il sassofonista lega le proprie fortune al bicentenario della Rivoluzione Francese. L’atto rivoluzionario si sostanzia essenzialmente nell’aver celebrato questo momento storico con un miscela di soul-jazz a presa rapida, a cui fa da corollario l’inseparabile voce di Irène Abei. “Anthem”, ossia inno, è un lavoro commissionato dal Ministero della Cultura del governo francese in onore del 200° anniversario della Rivoluzione. Il forte elemento di modernità, almeno dal punto di vista estetico, consiste nel fatto che Lacy usa moduli espressivi provenienti dalla tradizione afro-americana per creare una sorta di inno nazionale francese vicino al soul e tutt’altro che contiguo alle fanfare d’Oltralpe, tanto che Irène Abei diventa la voce perfetta per eseguire questa canzone che è più di una semplice narrazione cantata. Siamo in presenza di un tributo, una celebrazione, a vantaggio di qualsiasi rivoluzione, che sconfina idealmente anche in quell’epocale sommovimento sociale e culturale che furono l’emancipazione dei neri d’America e l’abolizione della schiavitù, anche se con tono sfumato e moderatamente conflittuale. Del resto, i principi di fratellanza, libertà ed uguaglianza enunciati dalla Rivoluzione Francese, ben si adattano a qualunque altro tipo di rivoluzione. In “Anthem”, Steve Lacy arricchisce il suo sestetto di base con l’aggiunta di un trombone, percussioni e voce, producendo una gamma più ampia di trame sonore rispetto ai dischi precedenti. Il fulcro dell’opera è proprio “ Prelude And Anthem”, un tema angolare che si sviluppa in modalità libera, con l’improvvisazione all’unisono degli strumenti fiato, mentre percussioni e pianoforte si sovrappongono continuamente, interagendo con un’eco vociferante. Gli elementi dissonanti sfatano l’aulicità della cerimonia ed evocano il caos arrembante della rivoluzione. Irene Aibei contribuisce con la sua voce profonda e sofferente, aggiungendo qualche stilla in malinconia in “The Mantle”, ma soprattutto nell’enigmatica ballata ispirata a Mingus, “Prayer” e dedicata a Charlie Rouse. Il set si apre con un tono molto vivace e spigliato, ”Number One” è un omaggio a James Brown, imbastito su un groove funk, trapuntato di blues stile New Orleans, con l’aggiunta di alcuni ritmi caraibici. Il percussionista Sam Kelly apporta accenti esotici, mentre il trombonista Glen Ferris evoca i musicisti dell’era di Duke Ellington. L’album si chiude sulla falsa riga dell’inizio con “The Rent”, un mambo swingato caratterizzato da una forte complicità del gruppo che procede quasi all’unisono. Il basso di Jean Jacques Avenel, caratterizza un brano ispirato all’Africa occidentale, “J.J.’s Jam”, magnificato dalla presenza del kora, strumento malinese a corde. Da segnalare anche il notevole contributo dell’alto sassofonista Steve Potts e del pianista Bobby Few. “Anthem” è una forte pozione a base di soul-jazz, che incrocia il crepuscolo del vecchio secolo e l’alba del nuovo millennio, anche se siamo ancora nel 1990; molti i tratti salienti, sia livello di composizione e di esecuzione, rispetto alla maggior parte degli album jazz di quel periodo. “Anthem” è un lavoro dalla forza epica che anticipa di circa trent’anni l’arrivo di epigoni come Kamasi Washngton, un disco essenziale per i sostenitori di lucy, ma anche per tutti gli appassionati di jazz alla ricerca di perle rare.

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