Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Jazz a schema libero e ribellione alle regole.

//JAZZ IN VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

The Jeff Clyne / Ian Carr Quartet – “Springboard”, 1969: Potremmo cominciare col dire che questo album in vinile ha delle quotazioni altissime, oltre i 200 euro, basta dare un’occhiata a Discogs, Si può convenire sulla qualità o meno del set, ma non sulla rarità dell’album. “Springboard” di The Jeff Clyne / Ian Carr Quartet è proprio quello che viene indicato come collector’s item. Registrato nell’agosto 1966 al Regent Sound Studio di Londra per la Polydor, ma pubblicato nel 1969, l’album è considerato come un lavoro seminale, soprattutto dai cultori del jazz britannico a schema libero. Sette tracce nate dalla combinazione di quattro talenti dallo spirito irrequieto ed innovatore: Jeff Clyne al basso, Ian Carr alla tromba, Trevor Watts al sax contralto e John Stevens alla batteria, i quali si incontrano per la prima volta, ma sarà anche l’unica in questa combinazione di line-up, per dare vita a quella che è considerata una pietra miliare della storia del free jazz inglese.

L’album per le sue dinamiche espressive ed esecutive si mostra molto più avanti ristretto ai suoi tempi, tanto da essere considerato una sorta di precursore del punk. Al di là dalle divagazioni storico-culturali, “Springboard” apre una finestra sulle origini di un intero movimento musicale, che trova folte schiere di proseliti più in Europa che non in America, dove il free jazz ha avuto un audience sempre meno ricettiva, rispetto al vecchio continente. Siamo alla fioritura di un cambiamento all’interno di una musica, che parte dalle polarità opposte di Ornette Coleman e Albert Ayler, ma che trova presto una nuova geo-localizzazione. Non c’è da stupirsi che in tutta Europa siano sorte rapidamente delle realizzazioni e delle rappresentazioni indigene del free-jazz, con caratterizzazioni legate all’humus creativo e sonoro territoriale.

I musicisti, specie in Gran Bretagna, dove la lotta di classe era radicata nella realtà sociale, intercettarono immediatamente i contenuti extra-sonori, propri di questa musica di matrice afro-americana, che metteva in primo piano la protesta politica e la ribellione di classe, con alcuni radicali cambiamenti culturali che stavano attraversando il mondo intero, sviluppando delle vere e proprie connessioni planetarie. Bastava solo sfruttarne il potenziale ed adattarlo al clima locale. “Springboard” è un album obliquo, sicuramente “libero” per gli standard dell’epoca, ma scevro del successivo minimalismo compatto dei Nucleus, di cui Carr e Clyne furono membri fondatori; si possono percepire lievi sfumature delle prime combo di Ornette Coleman e Joe Harriott; non è album facile, lineare ed ortodosso, ma è densamente melodico e chimicamente privo di sostanze contaminanti e petardi esplodenti.

Il quartetto passa da un’interazione frenetica e selvaggia, a momenti ricchi di pathos. In ogni caso, l’ensemble fissa dei nuovi punti di ancoraggio e delimita un territorio ancora da conquistare. Nel complesso, un racconto sonoro fragile ed energico al contempo, tagliente, acuto, ma incredibilmente riflessivo, dove tutte le composizioni si sporgono in avanti, verso un altrove in divenire, in una perfetta conversazione, quasi una quadratura del cerchio. L’album, completamente trascurato dalla distratta critica dell’epoca, rappresenta uno dei documenti più rari e più riusciti all’interno del canone del free jazz britannico. Scopritelo o riscopritelo, non ve ne pentirete!

Keith Jarrett – “The Survivors Suite”, 1977: Chi analizza i dischi di Keith Jarrett si ritrova ad affrontare l’eterno dilemma di quella che è stata una personalità “bilocata” e divisa tra due situazioni, stilisticamente, assai differenti l’una dall’altra, ma che finiscono per diventare le facciate della stessa medaglia: da una parte il Jarrett accompagnato dal quartetto americano, dall’altra quello legato al suo doppelgänger europeo, una sorta alter-ego, ma non un’immagine speculare e neppure un surrogato. Resta, comunque, difficile separare nettamente l’attività di Jarrett senza il rischio di disperdersi in un’ampia distesa di nebbia, dove più che un alter-ego, nella vita artistica del pianista campeggia sempre un “ego” smisurato.

Scandagliando le perle della sua discografia, ci si rende conto che Jarrett in alcuni casi risulta più demiurgo, organizzatore e accentratore, in altri più collaborativo, concedendosi il piacere della composizione, ma lasciando molto spazio ai suoi sodali. Quest’ultimo atteggiamento, fu molto più frequente nell’ambito del cosiddetto quartetto americano, dove Jarrett agiva in una sorta di solenne consesso inter pares. “The Survivors’ Suite” ne è una dimostrazione lampante: per quanto l’estroso pianista abbia provato ad imprimere la sua personalità all’album, il debito di riconoscenza nei confronto dei musicisti di supporto è consistente. Da segnalare un appassionato ed ispirato Dewey Redman al sax tenore, il quale crea il giusto contrasto con il pungente soprano suonato dallo stesso Jarrett; l’abilità di Paul Motian, che si dimena tra batteria e percussioni, risulta sostanziale per tutta la tenuta della “suite”, così come Charlie Haden, con il suo basso, gioca un ruolo determinante per lo sviluppo della architettura ritmica, su cui poter innestare, in maniera alquanto fluida, le progressioni armoniche e circonvoluzioni improvvisative provenienti dalla front-line.

“The Survivors’ Suite” è uno dei set più riusciti del “Jarrett americano”, disco non facile al primo impatto, soprattutto per i neofiti, e basato su due lunghe tracce, intitolate “Beginning” e “Conclusion”, a copertura delle due intere facciate dell’album, che alternano momenti quasi sofferti e dolorosi a ricche aperture melodiche, per poi calare in atmosfere arcane e ritualistiche, dove la magia dei suoni è scandita e punteggiata perfettamente dalla retroguardia ritmica. La frase riportata sulla copertina apre la mente a molti pensieri: “And those that create out of the holocaust of their own inheritance anything more than a convenient self-made tomb shall be known as Survivors.” (“E coloro che dall’olocausto della propria eredità creano qualcosa di più di una comoda tomba autocostruita saranno conosciuti come Sopravvissuti”).

Ma le mutazioni di umore e di stile all’interno della lunga cavalcata musicale sono molteplici: si passa dal free jazz infuocato a frammenti sonori esoterici e meditativi o aperti e liberatori, condizionati anche da musiche locali (il disco fu registrato in Germania), soprattutto il cordone ombelicale con la musica del decennio precedente non sembra per nulla del tutto reciso. Jarrett è molto presente sia nel primo che nel secondo lungo brano, ma le sue esecuzioni emergono spesso per aggiungere calore alla suite, mentre l’ossatura scheletrica dell’album è costruita pezzo per pezzo dagli insuperabili sodali, mentre i suoi assoli si espandono e si contraggono rapidamente, sfumando nell’armonia dell’insieme. Registrato nell’aprile del 1976 al Tonstudio Bauer di Ludisburgo, “The Survivors’ Suite” è un album del suo tempo, fatto di aspetti complessi e molteplici, anticipatore di un certo jazz contemporaneo, sia pure radicato alla tradizione.

Grachan Moncur III – “ Evolution”, 1964: Registrato al Rudy Van Gelder Studio il 21 novembre del 1963, con Jackie McLean al sax contralto, Lee Morgan alla tromba, il vibrafonista Bobby Hutcherson, il bassista Bob Cranshaw e Tony Williams alla batteria, “Evolution” del trombonista Grachan Moncur III costituisce una delle pietre miliari della Blue Note, ma lontana nella struttura e nello stile dalle pubblicazioni più classiche del periodo legate al tipico hard bop mainstream o alle radici del bebop. Grachan Moncur III è stato uno dei pochissimi trombonisti in ambito New Thing, ma soprattutto compositore sottovalutato dall’enorme potere evocativo.

Quando Moncur ebbe il via libera per realizzare il suo primo album come band-leader aveva già fornito ottime composizioni per “One Step Beyond” di Jackie McLean e sviluppato uno stretto sodalizio con Lee Morgan, che ne ammirava la scrittura. Ciò che nacque dalla fusione a caldo tra elementi così differenti e già di per sé molto caratterizzati, è un’intrigante avventura sonora che parte da forme libere e sottili, fino a raggiungere rimbalzi up-tempo fortemente strutturati, soprattutto ciò che scaturisce dal set è una forma di perfezione ottenuta attraverso una serie di asperità trasversali. L’album inizia con “Air Raid”, costruito progressivamente, attraverso una varietà di metri differenti. Il trombone di Moncur è dinamico e preciso. L’enfasi apparente sembrerebbe portare fuori la musica dallo steccato della regolarità, ma l’esecuzione del trombettista è disciplinata. L’assolo di Morgan rappresenta forse la cosa più lontana dal suo stile, una sorta di Morgan-non-Morgan, che per un trombettista come lui, dal timbro e dal fraseggio così marcati, costituì un elemento di rottura rispetto alla tradizione. Lo stesso Morgan riteneva che questa fosse tra le sue migliori performance mai registrate.

Nella sostanza il disco, pur nella sua obliquità usufruisce di muiscisti che usano le loro consuete armi. Lee Morgan gioca con il suo solito stile hard bop groovy, mentre Moncur si concede un po’ di spazio in più come solista, ma l’accento cade in particolare sul suo talento da compositore. I quattro originali sono tutti lavori estesi e multisezione, dove il più breve dura circa otto minuti, tutti ben congegnati e finalizzati a condurre l’ascoltatore attraverso un percorso accidentato, ma con un lieto fine; il tracciato è tortuoso e surreale, ma sempre illuminato da una buona dose di accattivante melodia. La title-track è un semplice indicatore di direzione basato su due semplici note, a cui fa da supporto il basso ad arco di Bob Cranshaw, il quale offre ai solisti molto spazio espressivo. McLean, Morgan e Moncur si alternano, intrecciando ciascuno intorno a sé un arazzo sonoro minimalista, ma è Hutcherson che cattura il potenziale improvvisativo della struttura a due note con una virata spaziosa, creando un’atmosferica elettrica e leggermente dissonante. In parte ciò è dovuto alla precisione con cui i musicisti interpretano la visione di Moncur. Hutcherson fornisce il suo caratteristico accompagnamento di accordi fluttuanti, divenendo cruciale per la struttura complessiva.

Il secondo lato del microsolco denota, in modo significativo, una maggiore quadratura della struttura compositiva, senza però smorzare l’appuntito modernismo del disco. “The Coaster” si colora di sfumature spagnoleggianti, mentre l’assolo di Morgan riecheggia vagamente “Sketches of Spain” ed un clima da ”sangre y arena”, anche se ad un ritmo più sostenuto. “Monk in Wonderland” è il momento più esaltante dell’album, basato su un tema spigoloso, compensato solo dalle arcane vibrazioni di Hutcherson, che creano un effetto “trippy” in linea con il titolo. Lo sviluppo del brano è assolutamente brillante e fa emergere il meglio dei front-men. McLean in particolare rimane a più stretto contatto con la partitura, ma allunga e sposta la struttura armonica in direzioni inaspettate. Un encomio solenne va anche a Tony Williams che porta il tempo con un ritmo delicato, quasi interamente giocato su hi-hat e rullante.

“Evolution”, pubblicato nell’aprile del 1964, nasce da una memorabile sessione imperniata sui contrasti; un’opera libera e strutturata, che usa motivi semplici per sostenere idee complesse; è dissonante senza mai diventare cacofonica; ancora oggi rappresenta un contenitore di musica all’avanguardia che si esprime tramite il valore tradizionale di un’arte sopraffina. Forse una scelta temeraria nel 1963, ma cinquantasei anni dopo, il disco suona ancora vitale, energico ed attuale. Con un debutto così creativo, è un vero peccato che Moncur non abbia avuto mai più la possibilità di registrare in qualità band-leader a questi livelli in casa Blue Note, il che rende “Evolution” un unicum da aggiungere alla collezione, ma non solo per i patiti del jazz d’avanguardia.

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