Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

È MORTO ALBERT ONE, UNO DEI PERSONAGGI PIÙ RAPPRESENTATIVI DELL’ITALO DISCO.

di Francesco Cataldo Verrina

Albert One era nato a Pavia 64 anni fa e da tempo conviveva con molti problemi di salute. Per ricordarlo ho scelto un’intervista che Alberto mia aveva rilasciato qualche anno fa in occasione della seconda edizione del mio libro Italo Disco Story.

Alberto Carpani, che per il suo fisico, era affettuosamente chiamato «Albertone», come artista italo disco divenne Albert One. Il giovane Carpani fece la prima apparizione sulla scena dance nella seconda metà degli anni settanta come DJ. Grazie al suo lavoro nelle discoteche, entrò in contatto con il mondo dell’allora nascente radiofonia privata. E’ proprio all’inizio degli anni ’80, nella sede di un importante radio italiana, che maturò l’idea di intraprendere l’attività discografica con la complicità di alcuni amici e colleghi. Inizialmente come produttore per conto di terzi, quasi a voler esplorare il terreno, per poi uscire allo scoperto in prima persona. Il successo arrivò subito con «No More Lies».

Dal 1982 in poi fu un idillio totale con la pista da ballo e le dance charts europee.

Tra le pubblicazioni più significative sono da segnalare, nel 1984, «Theme From FURYO / Take It» come Clock On 5 (una produzione di Raffaele Fiume) e «Turbo Diesel», nel 1985 «O Lady» (con Raffaele Fiume) e «Heart On Fire», ed a seguire, nel 1986, «For Your Love» e «Secrets» insieme ad innumerevoli altre pubblicazioni, sino ad arrivare ai giorni nostri. Fino a qualche tempo fa, non era difficile vedere Albert One, ancora attivo come DJ e performer, in varie clip su YouTube, mentre intratteneva schiere di appassionati fans dell’italo disco in tutti i paesi del Nord Europa.

D. Ciao Alberto, intanto una domanda inevitabile: che ricordo hai di quegli anni ’80, quando l’italo disco dominava le classifiche europee e mondiali. Che atmosfera si respirava? E’ vero che vi ricevevano, dovunque, al pari se non di più delle pop stars inglesi o americane?

R. I ricordi sono fra I più belli della mia vita, insieme al giorno del mio matrimonio. Sono stati momenti importanti, sia per tutti noi che per la gente. Anche se devo ammettere che anche oggi, quando noi andiamo all’estero riceviamo delle accoglienze calorosissime. Sono appena tornato dalla Svezia dove sia io che Fred Ventura e Brian Ice abbiamo cantato in un festival che si è tenuto al Palazzo Nazionale di Stoccolma. Per esempio Fred Ventura, qualche giorno fa era con Diana Est ad Amsterdam, io sono in partenza per Londra, inoltre io e Fred andremo in Ungheria, poi torneremo in Finlandia. Siamo sempre in giro per il mondo. Purtroppo, con estremo dispiacere, devo dire che uno dei pochi posti dove l’italo dance non funziona più, è proprio l’Italia. Ti ripeto, riceviamo calde accoglienze in tutto il mondo. Io sono stato di recente in Messico, Fred Ventura, Gazebo e Ken Laslo addirittura negli USA, dove io andrò il prossimo anno. Quindi solo in Italia non succede nulla, ma perché noi Italiani siamo esterofili.

D. Cominciamo, però, dall’inizio, come sei arrivato alla discografia? Magari da piccolo non pensavi di fare il cantante, so che hai iniziato a lavorare come DJ e conduttore radiofonico. Soprattutto, sarebbe bello raccontare i tuoi esordi nel mondo musica, e da chi sei stato introdotto nell’allora nascente universo dell’italo disco?

R. Io ho iniziato, innanzitutto, come orchestrale, suonando con un gruppo musicale, poi nel 1975 ho cominciato a fare il DJ in discoteca, quindi sono entrato nel giro delle radio private, dove ho continuato fino ai primi anni ottanta, credo il 1982 approdando ad un paio di radio importanti che poi sarebbero diventate i network di oggi e là è nata l’idea di fare I primi dischi. Siccome il successo arrivò subito, ho continuato senza mai fermarmi. Ovviamente ho interrotto il discorso radiofonico, perché non c’era il tempo materiale per conciliare le due cose. Da un paio d’anni a questa parte mi sono preso la soddisfazione di suonare dal vivo con un gruppo, con cui ripropongo tutti I pezzi anni 80 rigorosamente live senza sequencer o computer, quindi questo è per me un doppio godimento.

D. C’era un certo pionierismo, si registrava in piccoli studi per piccole etichette indipendenti, magari con un certo ostracismo, se non diffidenza da parte delle majors. Probabilmente, al principio non c’era, da parte vostra, neppure la consapevolezza di fare qualcosa che sarebbe poi diventato importante? Quando sei entrato per la prima volta in uno studio di registrazione e dove?

R. In uno studio di registrazione di Milano chiamato GRS Studio, si, nel 1983, e per fare il primo lavoro serio. E poi, dopo «Turbo Diesel», successo mondiale, il contratto con una delle case discografiche più importanti d’Europa, la Baby Records, che decise di prendere Gazebo, Den Harrow e, ovviamente, Albert One, perché la dance italiana cominciava a funzionare in ogni parte del mondo. Vorrei aggiungere che «Turbo Diesel» fu un successo nazional-popolare, uno di quelli che la gente poteva cantare andando a fare la spesa al supermercato oltre che ballare.

D. Che sensazione si provava a vedere il proprio nome nelle zone calde delle classifiche di mezzo mondo, magari superare i mostri sacri della musica internazionale?

R. Era una grande soddisfazione. Anche perché, come ti dicevo prima, alla notorietà corrispondevano degli ottimi guadagni. Allora era tutto rapportato. Oggi essere ai primi posti delle charts, non significa necessariamente guadagnare molti soldi. A quel tempo il successo e la fama corrispondevano anche ad un benessere economico interessante. La musica non è un divertimento, ma un lavoro serio, quindi va vissuta con tutti I criteri di un lavoro vero e proprio.

D. Tu, oltretutto, sei un musicista-autore, un cantante vero, pensi che la tua durata nel tempo sia dovuta al fatto di non essere stato solo un uomo-immagine, come accadeva per artisti che rappresentavano molti dei prodotti discografici di quegli anni?

R. Penso proprio di sì, penso che il momento fu favorevole a me ed altri come me. Qualcuno era finto, come, del resto, esistono anche adesso molti gruppi che fanno finta di suonare. Ovviamente, essere se stessi giova molto, perché se racconti le bugie, prima o poi vieni scoperto.

D. Mentre in quei primi anni ’80, l’italo disco conquistava le discoteche ed i giovani di mezzo mondo, acquisendo importanti quote di mercato, in Italia il «genere» veniva un po’ snobbato, particolarmente dalla critica. Soprattutto, come già accennato, le grandi organizzazioni discografiche, a torto, non c’hanno mai creduto. Ti sei mai domandato il perché?

R. Perché erano dei «coglioni»! Uno dei pochi discografici illuminati è stato Freddy Naggiar della Baby Records, che non era una multinazionale, ma la più grande etichetta discografica privata del mondo. Freddy ha creduto, prima, in Albano e Romina, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, Rondò Veneziano e poi -come ti dicevo- quando ha capito l’importanza della dance, ha preso Gazebo, Den Harrow ed Albert One. Naggiar capì subito che la dance stava assumendo dei numeri importanti da sfruttare e da cavalcare. Poi sono arrivate anche le multinazionali, ma con molto ritardo sulla tabella di marcia. Allora le majors ci snobbarono, ma credo che sia stato un loro grosso errore.

D. A parte le tante discoteche, so che ti sei esibito davanti a migliaia di persone in enormi spazi che, solitamente, sono riservati a generi musicali più blasonati. Dove e quando è accaduto, soprattutto qual è il Paese dove sei ancora maggiormente popolare?

R. I posti sono davvero tanti, ma non soltanto io, ma tutti coloro che sono riusciti a mantenere viva la loro immagine, quindi Gazebo, Savage, Sandy Marton, P.Lion e pochi altri. Io ho uno zoccolo duro in America Latina, grazie ad alcuni primi posti in classifica con «Turbo Diesel», «For Your Love» e «Sing a song», poi in tutta l’Europa continentale, I Paesi dell’Est. Onestamente, non mi posso lamentare. Tranne che in Italia, ma in Italia se guardiamo bene non c’è più nulla per chiunque, perché Festivalbar, Superclassifica Show o Discoring non esistono più per nessuno, non solo per quelli che fanno o che facevano musica dance.

D. Qualcuno dice che, in quegli anni, l’ambiente dell’italo disco non fosse omogeneo, un po’ sfilacciato, soprattutto si racconta che tra gli addetti ai lavori serpeggiasse una certa invidia, e che i rapporti s’interrompevano rapidamente per motivi di royalties o per gelosia da parte dei produttori nei confronti del front man del progetto. Questo fu certamente uno di limiti, non trovi?

R. In Italia non esistono settori in cui non vi siano rancori o invidie. Pensiamo alle situazioni politiche che si vedono in circolazione che sono davvero una vergogna e rispecchiano quella che è una mentalità tipicamente italiana.

D. Adesso una domanda difficile, che prevede una risposta anche non politically correct. Che cosa ne pensi degli attuali produttori dance: molti di essi sono improvvisati, approssimativi e, in massima parte, completamente digiuni di musica, ma abili nei campionamenti e nell’uso delle nuove tecnologie?

R. Hai detto produttori? Ho capito bene? Perché esistono ancora? In Italia non ce ne sono più, infatti nelle classifiche mondiali non sono più presenti produzioni italiane, tranne qualche rara eccezione. Come dicevi tu, è tutto un copia e incolla, un campionamento di questo e di quello. Io sono di un’altra scuola di pensiero, vengo da un’epoca in cui le cose si facevano con un criterio differente. E poi, oggi, non esistono più gli autori, perché fare questo mestiere non ti consentirebbe di vivere. Come dicevano gli antichi: «Homo sine pecunia est imago mortis!». Oggi tutto si scarica gratuitamente, nessuno compra più niente e poi i supporti come il vinile ed il CD sono quasi spariti. Nei pezzi degli anni ’80 c’era una cura maniacale nei suoni, nelle stesure, nelle melodie che oggi sarebbe impensabile.

Nel 2015, Albert One, dopo molto tempo aveva pubblicato un nuovo singolo, «Face to Face», diventato subito un piccolo cult, tra gli appassionati del genere.

I grandi successi di Alber One:

1982 – No more Lies

1984 – Theme From Furyo (Come Clock On 5)

1984 – Take It (Come Clock On 5)

1984 – Turbo Diesel

1985 – Heart On Fire

1985 – Lady O’

1986 – For Your Love

1986 – Secrets

1987 – Hoper & Dreams

1988 – Everybody

1988 – Visions

1989 – Loverboy

1993 – All You Want

1998 – Mandy

1999 – Sing A Song Now Now (Come A.C. One)

2000 – Ring The Bell (Come A.C. One)

2002 – Music

2002 – Wet Wet Wet

2003 – Sunshine (2003)

2010 – Stay

L’intervista è tratta dal libro: ITALO DISCO STORY

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