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Nuovo disastro ambientale in Siberia. Ma stavolta mina l’autorità del presidente Putin.

In Russia è opinione diffusa tra la gente – e pure tra gli esperti di storia dell’Unione Sovietica – che l’incidente nucleare di Chernobyl del 1986 abbia accelerato il processo di disgregazione del regime. Il disastro, forse, fece collassare il sistema comunista più delle riforme intraprese dal presidente Gorbaciov.

<<Oggi in Russia c’è di nuovo quel clima di insofferenza per un sistema illiberale che, oltre a reprimere la dissidenza, è incapace di provvedere al benessere delle persone e tutelare il territorio>> mi dice la mia collega Ksenia da Mosca.

Un disastro che segue quello accaduto tra giugno e settembre 2019 quando gli incendi hanno distrutto più di tre milioni di ettari di foresta artica.  

Stavolta, sono le 20 mila tonnellate di combustibile diesel e lubrificanti sversate accidentalmente nel fiume Ambarnaya. La causa all’origine dell’incidente di giovedì 29 maggio, pare una cisterna collassata della centrale del gigante dei metalli Norilsk Nickel. Il presidente Putin si è infuriato anche per averlo scoperto dai social, dopo il tentativo del personale della centrale di nascondere l’accaduto. L’allarme è arrivato quando oramai la chiazza oleosa aveva percorso lungo il fiume più di 20 chilometri, coprendo un’area di 350 km quadrati. 

Al presidente non è restato che dichiarare lo stato di emergenza. Un brutta faccenda per Putin. Questa estate cerca con un referendum di eliminare il vincolo costituzionale che pone un limite al numero di mandati presidenziali. Ma se qui non commentiamo le vicende politiche della Russia – che a 29 anni dalla fine del socialismo reale non ha un vero sistema democratico – lo facciamo per i rischi ambientali nella delicata regione artica. 

Il paese formalmente è nell’Accordo di Parigi per il clima ma, nella pratica, non può prescindere dalle immense risorse fossili. Così, la politica energetica senza alternative minaccia l’Artico.

L’inquinamento da gasolio che ha colpito il grande fiume siberiano è la spia di quello che potrebbe accadere con gli attuali piani della Russia per lo sfruttamento intensivo di questa delicata regione. Gas, petrolio, metalli preziosi sono nascosti in quantità nelle viscere della terra al di sopra del 66° parallelo. E la corsa a queste risorse è iniziata anche per altri Paesi nordici.

La dinamica dell’incidente alla cisterna è però connesso al surriscaldamento globale. L’incidente infatti è avvenuto perché i sostegni di un enorme serbatoio circolare hanno ceduto a causa del riscaldamento del terreno. In quella zona il suolo è normalmente ghiacciato sia d’estate che d’inverno. Ma i cambiamenti del clima stanno mettendo a rischio la tenuta di tutte le infrastrutture che si reggono su pali infissi nel permafrost. Il carburante per la centrale è così finito nel fiume Ambarnaya. Poi, con il ritardo negli interventi di bonifica, il gasolio ha inquinato anche un altro fiume, il Pyasina, che sfocia nel mare di Kara. 

Quello di Norilsk non è il primo disastro ambientale di questo tipo che si verifica nella regione artica. Ma, secondo Greenpeace, è il più grave dall’incidente della petroliera Exxon -Valdez in Alaska nel 1989. Non è neppure il primo nell’Artico russo. Nel 1994 ci fu una fuoriuscita di petrolio da un oleodotto e oltre 90 mila tonnellate di greggio finirono nel fiume Pechora. Ci vollero dieci anni per ripulirlo dalla marea nera che giunse fino al mare di Barents. 

Stavolta però l’opinione pubblica russa ha dimostrato tutto il suo sdegno, che sia l’ambientalismo l’unica vera opposizione all’autoritarismo dei sistema di potere che sostiene Putin?

Articolo di Francesco Sani

Foto da quintacolonna.it

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