Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

JAZZ: BILLIE HOLIDAY, BLACK LIVES MATTER.

di Francesco Cataldo Verrina

LO STRANO FRUTTO DEL PECCATO
A volte si sentono e si leggono delle vere e proprie astrusità in riferimento alla relazione stretta quasi viscerale tra il jazz, il blues, la storia e la cultura degli Afro-Americani. Potremmo iniziare con il dire, che in Europa, in molti a partire dai tardi anni trenta e primi anni quaranta, abbiano trovato un altarino già pronto e strutturato sul quale molti eredi degli schiavi neri si erano immolati. Analizzeremo alcuni personaggi ed taluni dischi o canzoni nello specifico, che ci danno la cifra dell’importanza sostanziale dei neri in ogni forma di espressione musicale e ritmica contemporanea, jazz in particolare.

Cominciamo da Lady Day, da tutti conosciuta come Billie Holiday, una delle più grandi cantanti di tutti i tempi, punto di riferimento per il popolo del blues e per gli uomini dal jazz, ma anche per gli ascoltatori della domenica. Disse una volta Max Roach; “Provo un certo imbarazzo a parlare di le, forse perché la mia gente non ha saputo capirla e sostenerla sin dall’inizio”. In verità, Lady Day, inizialmente, era considerata troppo chiara per gli Afro-Americani e troppo scura per i bianchi. Pensate che in alcuni momenti della sua carriera fu costretta a prostituirsi per poter mettere insieme il pranzo con la cena, tanto che la sua sofferenza e la sua frustrazione sfociò lentamente nel consumo ininterrotto di sostanze stupefacenti, che la condussero ad una morte prematura, privando il mondo degli uomini di una delle voci più intense della musica mondiale. Quando Billie Holiday assurse agli onori della cronaca era già molto provata ed aveva cominciato a subire la persecuzione delle autorità americane, soprattutto quelle degli stati del Sud, di stampo conservatore razzista e nazi-fescista, nonché da tutte le forze retrive e reazionarie, compresa una certa stampa, del “grande paese”, che altrove si faceva latore ed esportatore di democrazia, ma che in patria usava metodi non dissimili da quelli delle dittature nei confronti delle minoranze razziali, in particolare dei neri, che considerava inferiori. Pensate che in quegli anni un nero poteva esibirsi, suonare, cantare e ballare nei locali dei bianchi, ma non poteva andarci a bere e come semplice spettatore.

La notorietà di Billie Holiday divenne quasi planetaria con l’arrivo di una canzone, “Strange Fruit”, intorno alla quale, al principio, la cantante aveva manifestato non poche titubanze: sarebbe stata una discesa in campo ed una dichiarazione politica legata alle lotte anti-razziali e con non poche conseguenze. E così avvenne. “Strange Fruit” era stata scritta da Aber Meeropol, che non era un nero, ma un ebreo bianco, anche se spesso si firmava come Lewis Allen e veniva scambiato per un musicista di colore. Da sottolineare che gli Ebrei erano gli unici sensibili alle problematiche della segregazione razziale per le angherie ricevute in secoli di storia, a differenza degli immigrati Italiani, Irlandesi o Ispanici bianchi che erano del tutto insensibili al problema del razzismo, anzi spesso vedevano negli Afro-Americani dei concorrenti e degli ostacoli alla loro affermazione sociale sul suolo americano. Nel 1971, Aber Meeropol dichiarò:Ho scritto Strange Fruit perché detesto il linciaggio e odio l’ingiustizia e le persone che la perpetuano”. Strange Fruit è una canzone cruda, dal testo chiaro e diretto, priva di metafore“:
STRANO FRUTTO
Gli alberi del sud hanno uno strano frutto,
Sangue sulle foglie e sangue alle radici,
Corpi neri oscillano nella brezza del sud,
Uno strano frutto appeso dagli alberi di pioppo.
Scena pastorale del prode sud,
Gli occhi sporgenti e le bocche contorte,
Profumo di magnolia, dolce e fresco,
Nell’improvviso odore di carne che brucia.
Ecco il frutto che i corvi beccano,
Che la pioggia coglie, che il vento succhia,
Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere,
Ecco un raccolto strano e amaro.

Il brano divenne una forte denuncia contro i linciaggi dei neri nel sud ad opera del Ku Klux Klan e una delle prime espressioni del movimento per i diritti civili: il termine “Strange Fruit”, divenne sinonimo di linciaggio e lo “strano frutto” rappresentava il corpo di un nero bruciato che penzolava da un albero di pioppo. Come racconta la stessa Billie Holiday, la canzone fu eseguita per la prima volta in una sera dell’inverno del 1939 al Café Society, grazie all’incoraggiamento insistente di Barney Josephson, il quale aveva aperto questo locale, nel dicembre del 1938 nel cuore del Greenwich Village per provocare i ricchi bianchi, chiamando ad esibirsi per circa nove mesi proprio Billie Holiday. Ma veniamo al momento della performance relativa a “Strange Fruit”. Quella sera Lady Day la eseguì con un certo timore ed, inizialmente, in platea calò il gelo, fino a quando un singolo applauso forte e nevrotico non innesco tutti gli altri. Fu questo l’inizio di una presa di coscienza da parte dei neri e l’avvento di una carriera diversa, universalmente riconosciuta per cantante, soprattutto presso l’intellighenzia del vecchio continente, ma anche il principio delle sue sventure. Le autorità iniziarono a perseguitarla ed a renderle la vita difficile, fino a quando l’FBI non arrivò a nascondere la droga nel suo appartamento per poterla arrestare, ma qui inizia un’altra storia. Intanto i locali della 52° strada avevano cominciato a pullulare di giovani e combattivi boppers neri e l’America del Jazz non sarebbe stata più la stessa

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