Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

LA MIA AFRICA DI JOHN COLTRANE

di Francesco Cataldo Verrina

John Coltrane è stato un uomo pacifico, lontano dalla politica, soprattutto non si esponeva in pubblico con dichiarazioni roboanti. Sentiva il peso della difficile situazione degli Afro-Americani, ma era molto più vicino alla soluzione pacifista e di integrazione prospettata da Martin Luther King, che non alla proposta armata e separatista di Malcom X, che agognava la costruzione di una nazione nera indipendente dai bianchi. Il tormento di Coltrane era sempre stato più di tipo musicale ed artistico che non condizionato da questioni sociali e razziali, ma una sotterranea presa di coscienza ed un senso di appartenenza alla Grande Madre Africa, quale ricerca interiore delle proprie origini, iniziò a pervadere la sua musica, molto prima che tanti altri musicisti di colore, dichiaratamente impegnati sul fronte protesta per i diritti civili, lo facessero.

Le prime avvisaglie sono contenute in album uscito originariamente per la Savoy come “Tanganika Strut”. Il disco fu successivamente ripubblicato con il titolo “Africa” e con l’aggiunta di una bonus-track, “Once in A While” registrata il 13 maggio del 1958 in un differente line-up che vedeva Howard Williams al piano al posto di Tommy Flanagan. In realtà l’album nacque da una sessione inter-pares, una sorta di all-stars registrata il 24 giugno del 1958 con Wiburn Harden tromba e flicorno, Curtis Fuller trombone, Tommy Flanagan piano, Al Jackson basso, Arthur Taylor Batteria, ovviamente John Coltrane al sax tenore. Il sestetto, scivolando sul piano inclinato di un jazz modale e insanguato di blues, ricostruisce scenari africani molto suggestivi, fatti di spazi immensi e percorsi accidentati, quasi con descrizione documentaristica, mentre il sax di Trane glissa tra cataste di accordi che a volte assumono un tono ed un sapore quasi arabesco. L’album contiene quattro composizioni originali, due scritte da Fuller, una da Harden ed un’altra da Taylor. “Dial Africa” è un abito perfetto per Flanagan che con il suo senso quasi telepatico nell’accompagnamento dimostra di avere la giusta taglia; gli improvvisatori appaiono molto diversi nell’approccio, il contrasto produce un’insolita atmosfera. “Gold Coast” ha una struttura più articolata con un’introduzione fatta di voci e fiati che rimandano a Charles Mingus; la traccia pure essendo molto estesa, oltre 14 minuti, non sembra progettata semplicemente per aumentare il tempo necessario per completare un LP, piuttosto per favorire il gioco di Coltrane , che amava molto suonare su lunga distanza. “Tanganyika Strut” pur nella sua semplicità, basandosi su una frase di otto misure in una chiave minore, offre ai solisti un terreno molto fertile per l’esecuzione. L’appoggio ritmico di Flanagan, diventa propedeutico allo sviluppo di tanti percorsi diversi attorno allo stesso isolato. Tutti i solisti risultano ispirati. Harden entra nel suo assolo con uno strano salto e lo conclude cedendo la staffetta a Coltrane. Questa pratica continua con lo scambio fra Trane e Fuller ed ogni solista, mentre Flanagan s’insinua in tutti i cori, facendo da collante. In “Oomba” Taylor ha un’occasione d’oro per mettere in mostra la sottigliezza dei suoi piatti e l’efficacia dei tamburi (sapientemente catturati da Rudy Van Gelder). Harden si lancia per primo nella mischia, aprendo un varco alle vampate Coltrane e agli stacchi di Fuller, mentre le variazioni di tempo e di groove di Flanagan riportano alla mente alcune soluzioni tipiche di Duke Ellingnton.

La svolta di Coltrane verso l’Africa avverrà, qualche anno dopo nel 1961 con Africa/Brass realizzato con la band più composita con la quale egli avesse mai suonato. Inizialmente il sassofonista si rivolse a Gil Evans perché ne curasse gli arrangiamenti, ma il Candese rifiutò, probabilmente perché sentendosi inadatto ad entrare in quella sorta di humus “africano” che Coltrane intendeva far rivivere nel disco. Per Contro, fu molto bravo Eric Dolphy, coadiuvato da McCoy Tyner, a stendere un trama sonora, su cui tutti i musicisti coinvolti nel progetto riuscirono ad esprimersi ad alti livelli. Dal canto suo Coltrane sfruttò la recente conoscenza del percussionista nigeriano Michael B. Olatunjim per apprendere il movimento di certe ritmiche africane. Nel frattempo, pur rimando su posizioni pacifiste, il sassofonista si stava interessando molto alle teorie di Malcom X, ma questo album non rappresenta ancora una forma di protesta o di denuncia sociale, ma solo una forma di dichiarata appartenenza all’Africa.Alcuni insinuarono che l’album sia stato una sorta di stretegia di marketing dell’Impulse!, che intendeva cavalcare il “risveglio nero” e l’interesse crescente per l’Africa. Quindi in primis ci sarebbe da chiedersi se “Afric/Brass” sia un disco realmente voluto da Trane o un’iniziativa della casa discografica. Da un punto di vista tecnico e formale, l’album è eccellente, ben suonato, Coltrane, sax tenore e soprano, è vivace, in grande spolvero ed i suoi fedelissimi gregari non sono da meno: McCoy Tyner (pianoforte); Reggie Workman (basso) ed Elvin Jones (batteria). John Coltrane è appena approdato alla Impulse! con un buon contratto, che lo rendeva assai felice, aggettivo forse non del tutto appropriato per una personalità inquieta ed eternamente insoddisfatta e mutevole, quanto mai i nuovi accordi discografici gli assicuravano una tranquillità economica e la possibilità di sperimentare senza troppe restrizioni. Avrebbe potuto bonariamente accettare il suggerimento del produttore Creed Taylor nell’attesa che la linfa vitale dell’ispirazione affluisse nuovamente al suo torrente creativo. Un certo tipo di scriventi di storie del jazz non assegna a questo album particolare importanza, considerandolo inferiore, ad esempio, rispetto a “Live At The Village Vanguard”, dello stesso anno sempre con la Impulse!, considerato di ben altro spessore e di tutt’altra lega. Esiste una diversità di approccio tra il fruitore medio, il quale ama vedere la carriera del sassofonista come un tutt’uno, anche se connotata da fasi evolutive ed il critico, che la scompatta in vari periodi. Per intenderci, esistono almeno cinque Coltrane nell’arco della sua evoluzione, rivoluzione, circonvoluzione, involuzione, legati, oltremodo, a varie scuole di pensiero, che tendono ad esaltare una di queste fasi, piuttosto che un’altra. Le varie tessere del mosaico vanno collocate bene, altrimenti si rischia di accatastare il tutto, senza un ordine logico. “Africa/Brass” non cambia molto negli intenti e nello stile, sia nella prima stesura originale, avvenuta nel 1961, sia nella successiva ,“The Complete Africa/Brass”, arricchita da due take alternative di “Africa”, una di “Greensleeves” con l’aggiunta di “Song of the Underground Railroad”, un tema tradizionale ribattezzato “The Drinking Gourd” e “The Massned” di Cal Massey. La formula è identica in ambedue i formati, nei quali ascoltiamo un Coltrane ipermodale, che usa la tecnica degli sheets-of-sound nell’improvvisazione, il quale ama la narrazione estesa. Infatti, la prima edizione contiene solo tre lunghissime tracce. L’album, il primo ufficialmente alla Impulse! è di pregevole fattura, se non altro per il dispiegamento di uomini e mezzi. Adesso arriva la domanda delle cento pistole: che cosa spinse Coltrane, che stava lavorando sul concetto di combo ridotta e fidelizzata, da tempo, per avere uno specifico sound, a fare un album del genere con l’accompagnamento di una mini big-band, un ensemble composito con una sezione di brass, ossia di ottoni con gli efficaci arrangiamenti di Eric di McCoy Tyner e l’orchestrazione affidata ad Eric Dolphy, il quale interviene nella seconda sessione con il sax alto, il clarinetto basso ed il flauto? Non si dimentichi che questo fu il primo e l’unico esempio di una specie di Coltrane Orchestra. Scendendo nei dettagli: il titolo è “Africa/ Brass” e quella barretta in mezzo sembrerebbe voler suddividere, quasi occultare o ridimensionare il progetto. L’uscita della sessione completa non aggiunge nulla di concreto, parliamo di tre take alternative e di due standard di poco conto, rispetto al lavoro compositivo che Trane stava maturando in quegli anni. La sezione fiati: Booker Little tromba; Julius Watkins, Bob Northern, Donald Corrado, Robert Swisshelm corno francese; Bill Barber tuba e Pat Patrick sassofono baritono non viene neppure citato nelle note di copertina. In realtà sulla copertina c’è scritto solo “Africa/Brass” come titolo e The John Coltrane Quartet. Oggi con il senno di poi, noi pensiamo di sapere tutto, ma che cosa abbia frullato nella mente di Coltrane in quel momento non c’è dato di sapere. Al netto di un certo interesse per l’africanismo, in voga in quel periodo, “Africa/Brass fu solo l’ennesimo tentativo da parte del sassofonista di sperimentare qualcosa, di cui non rimase per nulla soddisfatto. Infatti, tale modo di operare non ebbe un seguito, mentre la sua formula espositiva ed esecutiva andò sempre più concentrandosi sul formato quartetto. Diversamente Coltrane avrebbe potuto accogliere un suggerimento della Impulse! e considerarlo un semplice allenamento, adempiendo, al contempo, agli obblighi contrattuali. Ciononostante il risultato fu notevole. Il disco è energico e compatto come il lavoro di un quartetto, ma ricco e strutturato come l’opera di un’orchestra.

Di ben altra natura sarà invece quella che viene considerata la vera manifestazione pubblica di disagio sociale e di condanna da parte di Coltrane per l’operato dei bianchi nei confronti dei neri. Parliamo di un brano in particolare, intitolato “Alabama”, composto nel 1963 e contenuto nell’album “Live At Birdland”. Tale composizione, simile ad un canto funebre e dall’atmosfera languida e luttuosa, era stata registrata nella notte del 13 novembre del 1963 al Van Gelder Studio con McCoy Tyner (pianoforte), Jimmy Garrison (basso) ed Elvin Jones (batteria). Il brano venne scritto in risposta alla strage del 15 settembre ’63 causata da un attentato razzista del Ku Klux Klan all’interno di una chiesa battista nella cittadina di Birmingham, in Alabama, nel quale erano rimaste uccise quattro bambine. Coltrane fu molto turbato dall’accaduto, soprattutto dopo aver ascoltato le parole di Martin Luther King sul feroce e vile attentato che aveva coinvolto le bimbe di colore. McCoy Tyner dichiarò: “Trane prese le forme ritmiche di quel discorso e le trasformò in Alabama”.

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