Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“Other Colors” di Angelo Olivieri, una mostra estemporanea di colori ed immagini sonore oniriche ed avvolgenti.

di Francesco Cataldo Verrina

Questo non è un disco come tutti gli altri, poiché è in grado di sviluppare un tensione polisensoriale ed una dimensione olistica, calando in fruitore in un’ambientazione sonora quasi totale, sviluppando con estrema naturalezza quel meccanismo di transfert agognato da tutti i musicisti. Le dissonanze sonore e le distorsioni visive, generano una manipolazione esplorativa dell’ambiente circostante, attraverso una trasposizione artistica che consente al fruitore di accedere alla visione sonora di Angelo Olivieri, disegnata come una trama di colori dalle tinte inusuali e dalle gradazioni intermedie non sempre percettibili. “Other Colors” è il titolo emblematico del nuovo album del trombettista Angelo Olivieri, coadiuvato da Antonio Jasevoli alla chitarra elettrica, Lorenzo Feliciati al basso elettrico e Bruce Ditmas, alla batteria.

Chi soffre di “daltonismo”, ha una ridotta capacità nella percezione e nell’individuazione dei colori standard, ossia quelli comunemente indicati come rosso, giallo, blu, verde, grigio, azzurro, marrone, viola, etc. Da quando Angelo Olivieri ha scoperto di trovarsi in questa condizione, ha sempre pensato che la sua percezione complessiva, anche quella sonora fosse influenzata dalla visione di “colori altri” e che questo potesse ampliare perfino lo spettro percettivo dei suoni, quindi riuscire a sublimare delle sensazioni visive, trasponendole in composizioni musicali, dove la fruizione di un suono potesse rimandare, inevitabilmente, alla (ri)creazione mentale di un colore. L’album, “Other Colors”, registrato alla Casa del Jazz Studios di Roma nell’agosto 2017 e pubblicato nell’aprile del 2020 dall’etichetta AUT Records, certifica il talento, l’impegno e le capacità esplorative di Angelo Olivieri, artista sempre in fermento ed in costante divenire, la cui padronanza strumentale si unisce a quella dei tre accreditati musicisti, che l’hanno sostenuto nel progetto, le cui doti esecutive sono da tempo acclarate.

L’opener è riservato ad un’avvolgente ballata scritta da Carla Bley, “Vashkar”, malinconica ma intrisa di pathos, su cui Oliveri opera un sorta di perfetto maquillage, arricchendola di inedite suggestioni. Assai seduttivo il contrasto fra la tromba in prima linea, che esprime un afflato sonoro fortemente lirico, e la retrovia, che crea un magma sonoro, assai trasversale, onirico ed illusionistico, trasformando un tema minimale in una pulsione sonora ad alta tensione per oltre sette minuti. Il brano di apertura sembra avere una sorta di sequel naturale nella seconda traccia scritta dal trombettista in memoria di Fabrizio Cecca, “For a Gentleman”, è un perforante blues inizialmente limaccioso, come le paludi dell’anima ed il delta del Mississipi, che cerca di stabilire un legame quasi ombelicale con la composizione di Carla Bley; progressivamente il flusso sonoro sembra uscire allo scoperto con un andamento molto più urbano e funkfied, mentre il comping dalle retrovie, come il cuore di una metropoli, emette pulsazioni libere, accelerate ed angolari, preparando un terreno di coltura vagamente post-davisiano, alla traccia successiva.

Su “Dialogue N. 1“, aleggia lo spirito di Miles Davis. Il timbro, la voce e la pronuncia della tromba di Olivieri sembrano provenire da un differente linguaggio espressivo, molto più groove e solfull, per contro meno rarefatto ed ipnotico. Olivieri (ri)vede e (ri)crea, ma in maniera più scarna e diretta, attraverso una moderna modalizzazione del blues. Perfetto il dialogo con Bruce Ditmas, il cui apporto ritmico a temperatura costanza agevola lo sviluppo di una seducente linea melodica, che s’impianta facilmente nelle meningi del fruitore. “House Of The Rising Sun” è una folk-song tradizionale, conosciuta anche come “Rising Sun Blues”, che narra di una vita bruciata a New Orleans, con un conclusivo monito ad evitare lo stesso destino. La prima registrazione risale al 1933, ad opera di Clarence “Tom” Ashley e Gwen Foster. La versione più celebre fu quella degli Animals, ma “House of the Rising Sun” è passata tra le grinfie di innumerevoli artisti, da Bob Dylan ai Muse. La tromba di Olivieri, nuda e graffiante, la scioglie nell’acido della sofferenza, in un perfetto contenitore blues, che sembra rubare l’anima a Lester Bowie. La title-track, “Others Colors”, esprime un carattere intimo ed introspettivo: è quasi una seduta di autoipnosi, introdotta dal cadenzato basso di Feliciati; ben riuscito lo scambio con il chitarrista Jasevoli che si produce in un ombroso e sotterraneo assolo alla John Scofield; mentre la tromba riprende il suo cammino con lirico vigore, dipingendo una tavolozza di colori altri ed inconsueti.

“Dialogue N. 2” è la traccia più progressiva e sperimentale dell’album, un esempio di musica contemporanea, quasi avveniristica, dove il jazz resta sullo sfondo, un battibecco sottovoce fra la tromba di Olivieri e il basso Feliciati, mentre il cromatismo sonoro e visivo diventa quasi tattile. “Lonely Woman” di Ornette Coleman mette in risalto una notevole prova solistica e discorsiva sia della tromba che della chitarra; è un camminare sul filo del rasoio, esaltando il concetto di interplay, senza mai farsi irretire da pesanti sovrastrutture mentali poco propedeutiche alla libertà improvvisativa ed espositiva. “ Dialogue N. 3”, stabilisce una comunicazione idilliaca tra chitarra e tromba con un calibrato tempismo ed equilibrismo ginnico; l’atmosfera diventa misteriosa ed enigmatica, quasi un substrato sonoro di tipo filmico, dove Olivieri e Jasevoli distillano intrecci armonici spigolosi ed angolari per un plot narrativo fitto di tensione. “Ida Lupino”, sempre di Carla Bley. è l’anello che chiude la catena, i colori sono più vividi rispetto all’originale ed il pathos interpretativo coinvolge tutti i sodali.

“Other Colors” è una soggettiva suoi colori dell’anima, ma non è un percorso individualistico, un auto-analisi, al contrario si sostanzia come il risultato di una (re)visione sonora universalmente applicabile ad un concetto di jazz contemporaneo, libero e ad ali spiegate, molto avant-garde e frutto dell’ispirazione del momento. Una mostra estemporanea di colori ed immagini sonore oniriche ed avvolgenti, ricco di precipizi armonici, discese ardite nelle profondità abissali del jazz e luminose risalite ricche di tensione emotiva.

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