Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

Vittorio De Angelis Double Trio con “Believe Not Belong”. Il jazz infinito: “credere” in tutto, ma non “appartenere” a nessuno.

di Francesco Cataldo Verrina

Sin dalle prime note “Believe not belong“ di Vittorio De Angelis colpisce per la potenza del suono, corposo e ricco di sfumature. In verità l’album ha struttura ossea e musicale non comune, essendo stato realizzato con un doppio line-up, si parla di un doppio trio. Il sassofonista è accompagnato da due batterie, due tastiere, due fiati, mentre il basso viene suonato dai due tastieristi: uno al basso sinth e l’altro al piano basso Rhodes; si tratta di due piccole formazioni indipendenti, denominate double trio, che però suonano insieme. Nello specifico: alle tastiere e piano Domenico Sanna e Seby Burgio, alla tromba Francesco Fratini e Takuya Kuroda, alle due batterie Massimo Di Cristofaro e Roberto Giaquinto che si alterna con Federico Scettri ed infine, su due soli brani, al basso Aldo Capasso. Ogni elemento del double trio vanta una lusinghiera storia professionale nell’ambito del jazz, talvolta con rilevanti collaborazioni internazionali. Questa scelta ha rafforzato notevolmente il sound di De Angelis, ma anche la sua convinzione di una una musica multiforme e stratificata, un jazz attualissimo, giocato su una linea sottile che lega ed amalgama soul, funk, jazz, suggestioni afro-beat e tendenze metropolitane, tutti accomunati da una matrice manifestamente “black” e afro-americana”.

Vittorio De Angelis è un talentuoso sassofonista e flautista napoletano, di stanza Roma, con studi accademici e regolari, ma soprattutto una lunga gavetta che ne ha forgiato la tempra e lo stile: il timbro del suo sax richiama alla mente i grandi del passato come Sonny Rollins e Don Byas, così come molte atmosfere del disco riportano alla mente le gesta eroiche di Art Blakey & Jazz Messengers in epoca hard-bop, il soul jazz di Donald Byrd e di Horace Silver. Non mancano suggestioni più moderne ed attuali che rimandano a Kamasi Washington, del quale De Angelis dice: “E’ la mia più recente influenza e da lui ho preso l’idea di usare due batterie contemporaneamente per rinforzare il groove”. Nel complesso l’album è una sorta di sequenza narrativa spazio-temporale che lega passato e presente, dove l’attualità dei suoni si fonde mirabilmente, a tratti cede al passo, a suggestive ed immaginifiche soluzioni melodico-armoniche provenienti dalla tradizione e dall’archivio della memoria storica del jazz degli anni ’50 e ’60, ma senza fare citazionismo spicciolo o mero esercizio calligrafico, piuttosto si percepisce una sapiente rimodulazione di vari metalinguaggi sonori, attraverso una vena compositiva fertile e prolifica, accompagnata da una tecnica espositiva a tariffa prestazionale elevata. Alquanto attrattivo l’andamento dei fiati che, quasi in sinergia, forgiano il suono dell’album, sostenuti da un impianto ritmico deciso e flessibile.

L’opener “Black Rain“, ci fa pensare immediatamente al “Colossus” con il sax che inonda immediatamente la scena con voce profonda e stentorea. Quasi un richiamo al popolo del jazz, dapprima parcellizzato in tanti riff, fino a dipanarsi in un eloquente racconto metropolitano, puntellato da una retroguardia ritmica che diventa una sorta di indicatore e di navigatore satellitare. Solo l’inizio varrebbe il prezzo della corsa, ma l’avventura è appena iniziata, la seconda pietanza ad essere servita è impregnata di autentico soul-jazz, “Roy’s mood”, dedicato a Roy Hargrove ed impiantato su un substrato melodico a presa rapida, è capace di far vibrare le corde della nostalgia e della pathos grazie al perforante assolo del trombettista Takuya Kuroda. E’ possibile riscontrare la tipica struttura bop: tema inizia annunciato da tromba e sax con il supporto di un compatta retrovia ed una sequenza di assoli in alternanza da parte degli strumenti di prima linea. “Step Out” è decisamente più funkoide e si sostanzia attraverso una scansione ritmica più nevrotica e arrembante con qualche concessione all’approccio melodico. “Strike” trasporta il fruitore in un’altra dimensione, dall’atmosfera più intima e introspettiva, su cui si staglia nuovamente l’evocativo soffio di Takuya Kuroda. “Afrorism” si caratterizza per un calibrato tocco jazz dall’intreccio afro-centrico. In ogni traccia c’è un elemento sorpresa da scoprire che si racconta attraverso un proprio linguaggio musicale, offrendo un punto focale su cui concentrarsi come, ad esempio, il piacevole e disimpegnato “Second” dal cuore latino, che ammalia l’ascoltatore con il lime dei Caraibi ed uno scalpellante andamento sincopato. A suggello “Well”, dall’aura cinematografica, adatto al commento di un vecchio film in bianco e nero, popolato da sagome fumettistiche, con intrecci amorosi, intrighi politici, spionaggio e storie urbane.

“Believe Not Belong” di Vittorio De Angelis Double Trio, pubblicato da Creusarte Records, è un album trenta e lode, collocabile in un’epoca e in una sfera musicale non definibile, soprattutto in dimensione spaziale non circoscrivibile, ma dai tratti somatici marcatamente internazionali. Il titolo è emblematico, come dire “credere” in tutto, ma non “appartenere” a nessuno. L’intero disco è sorretto e pervaso da un sound spettacolare, da ritmo equilibrato e serrato al contempo, che non lascia al fruitore vuoti d’aria per una benché minima distrazione, coinvolgente e totalizzante in una sorta di dimensione espansa ed olistica di jazz contemporaneo di alta scuola.

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