Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

La lobby delle fonti fossili tenta l’assalto al Green Deal

All’inizio dell’anno sono iniziate a circolare sui media le bozze del governo Conte in merito al Recovery and Resilience Plan. Una in particolare non era sfuggita ai commentatori più attenti, ovvero 3 miliardi per contribuire alla riconversione green del gruppo petrolifero nazionale ENI. In un articolo su Domani del 3 gennaio dal titolo “ENI, mance e bonus il grande assalto al Recovery plan” il direttore Stefano Feltri faceva notare come ENI avesse un’efficace azione di lobbyng misurata << […] sia dall’entità delle somme stanziate sia dal fatto che mai viene citato esplicitamente anche quando è la sola beneficiaria dell’intervento>>.

Il “cane a sei zampe” è una società controllata dal Ministero del Tesoro, ma il 70% del capitale è in mano ad azionisti privati che beneficiano sempre di ricchi dividenti. Negli ultimi anni l’A.D. Claudio Descalzi ha insistito sulla svolta ecologica dell’azienda – anche perché guarda caso il petrolio oggi è meno remunerativo – verso le fonti rinnovabili. Pare che adesso dalla bozza sia sparito il finanziamento per creare a Ravenna l’impianto di cattura, trasporto e iniezione del carbonio prodotto dal distretto industriale di Porto Marghera, nonché stoccare anidride carbonica nei suoi giacimenti esauriti dell’Adriatico.

Il Carbon Capture and Storage sarebbe il primo hub europeo di cattura della CO2, sostenuto da molti scienziati come uno strumento utile per ridurre i gas serra e il riscaldamento globale. Il movimento Fridays For Future l’ha additato invece come metodo per salvaguardare le fonti fossili e rallentare il passaggio alle rinnovabili.

Ma l’assalto della lobby dei combustibili fossili al Recovery & Resilience Plan è qualcosa che riguarda tutti i grandi gruppi europei. Per decenni il ruolo svolto dai grandi inquinatori è stato imprescindibile da un’azione di lobby con i funzionari responsabili delle politiche climatiche ed energetiche. Questo è considerato uno dei principali ostacoli al raggiungimento di politiche dell’Unione Europea efficaci per affrontare il cambiamento climatico. Un tentativo annoso di influenzare l’agenda comunitaria, con le proprie motivazioni di profitto anteposte all’interesse del clima e delle persone.

Già dalla scorsa estate il sito www.corporateeurope.org che fa monitoraggio dell’attività di lobbying a Bruxelles rivelava come il settore dei fossili vuole che il Green Deal della Von del Leyen preveda soluzioni che non danneggino il loro modello di business basato sull’estrazione e produzione di combustibili, cercando di controllare il più possibile la transizione energetica.

L’ assalto al Green New Deal parte dal cuore del potere a Bruxelles

L’ osservatorio Corporate Europe rivela quali sono le soluzioni che l’industria fossile vorrebbe preservare dal Green Deal: il gas, la tecnica di cattura e stoccaggio della CO2, l’idrogeno e il trading del mercato internazionale del carbonio. Guarda caso, dal 12 dicembre 2019 al 20 marzo 2020, nei primi 100 giorni dal lancio del Green Deal, l’osservatorio rivela che ben 29 meeting sono stati registrati tra alcune delle più alte cariche all’interno della Commissione Europea e i lobbisti.

Gli incontri sono avvenuti tra il Vice Presidente Frans Timmermans, il Commissario all’Energia Kadri Simson, i vari gabinetti sul clima ed energia che fanno capo alla presidente Ursula Von der Leyen e importanti rappresentanti di portatori di interessi privati quali:

  • International Association of Oil & Gas producers;
  • European Chemical Industry Council;
  • La Confederazione europea delle imprese BusinessEurope;
  • L’ associazione Gas Infrastructure Europe;
  • La multinazionale petrolifera olandese Shell;
  • La multinazionale petrolifera francese Total;
  • La multinazionale petrolifera italiana ENI

Secondo le informazioni in possesso di Corporate Europe, addirittura il 70% degli incontri dei lobbisti hanno avuto per target proprio i “pesci grossi”, ovvero Timmermans e la Simson!

Sposiamo quindi in pieno l’osservazione dell’economista Valeria Termini, docente all’Università di Roma 3 ed ex commissario dell’Autorità per l’Energia, che ha ricordato come a questo punto siano una contraddizione i sussidi ai combustibili fossili in una società che ambisce alla transizione energetica. I dati OCSE indicano in 35 miliardi di euro solo nei paesi europei.

Questo ci fa capire la forza della “Fossil Fuel Lobby” e quanto sia importante per cittadini, associazioni e movimenti ambientalisti vigilare per evitare che il Next Generation EU sia “nero” anziché “verde”. 

Articolo di Francesco Sani

L’articolo La lobby delle fonti fossili tenta l’assalto al Green Deal proviene da Save the Planet.

Powered by WPeMatico

Visite: 51
   Invia l\'articolo in formato PDF