Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

“MAJARA” DI PIPPI DIMONTE, DOVE L’APPRODO AD UN MAGNIFICO ALTROVE SONORO, QUANTO MENO NON COMUNE, È GARANTITO.

di Francesco Cataldo Verrina

“Majara” è il nuovo ensemble del contrabbassista Giuseppe ‘Pippi’ Dimonte, ma è anche uno stato d’animo sonoro sospeso tra cielo e terra, dove i confini tra i vari linguaggi musicali si diradano per poi fondersi un altrove creativo che oltrepassa i limiti ed il perimetro dei tradizionali compartimenti musicali a tenuta stagna. La prima conferma di un differente modus operandi viene dal line-up e dalla struttura strumentale dello stesso basata sul contrabbasso di Dimonte con il sostegno di Francesco Paolino alla chitarra e alla mandola, Mario Brucato al clarinetto ed Emiliano Alessandrini al pandeiro, tamburo a telaio tipico detta tradizione brasiliana.

Il termine “Majara” (in altre zone del Sud. Magara) fa riferimento ad una donna matura, alla quale venivano attribuiti poteri taumaturgici e soprannaturali, come quello di allontanare i sortilegi ed i malocchi; era una sorta di maga buona, lontana dal concetto di strega, dotata anche di una discreta psicologia ed in grado d’infondere ai suoi interlocutori una certa serenità, allontanando dalla loro mente turbe e preoccupazioni varie; soprattutto era depositaria di una saggezza atavica tramandata oralmente.

“Majara” è un progetto multidirezionale che guarda verso tutti i punti cardinali della musica: popoli, suoni, ritmi, melodie e suggestioni che si uniscono in un unico afflato: forme estese di “terza-via”, vagamente classicheggianti s’intersecano alle culture tradizionali dei Balcani e del Brasile, sonorità arabo-ispaniche; echi delle culture che affollano le rive del Mediterraneo che si arricchiscono di elementi della musica popolare italica e di elementi provenienti dal jazz di matrice nord-europea.

Tutte le composizioni eseguite nell’album sono originali e concepite come il lungo itinerario libero di un girovago senza meta, desideroso di conoscere nuovi approdi e di abbeverarsi alla fonte di culture molteplici. La scelta di strumenti prevalentemente acustici conferisce a “Majara” delle caratteristiche timbriche e tonali uniche, in grado di creare una piacevolissima atmosfera, quasi fiabesca e romanzata, ricca di pathos e poesia: merito anche della forte sensibilità espressiva dell’ensemble.

I titoli sono suggestivi: quello di “Camarda”, brano d’apertura, che era l’antico nome di Bernalda, cittadina in provincia di Matera, dove le sonorità sembrano descrivere luoghi fatati, volti antichi e cime tempestose attraverso un armonioso incanto; “Fenestrelle” apre un varco verso Nord, mentre “Natiwa” sposta la bussola verso Est per poi approdare a “Grancia”, segnata da un arazzo arabescato di sonorità medio-orientali; “Agavé” è un affresco melodico fatto di tinte tenui e colori pastello; “Tarassaco” ha quasi il sapore antico di un habanera; ”Arroz” procede come un paso doble soffuso e sussurrato per poi evaporare in un suggestivo crescendo; “Quasimodo”, the last but not the least, è forse il momento melodico più impattante dell’intero album, con una tema dal sapore antico abilmente applicato ad una dimensione contemporanea.

“Majara” di Pippi Dimonte è un album dalle molte melodie, dai tanti sapori ancestrali e dalle numerose suggestioni oniriche, sapientemente amalgamate ed impiantate in un substrato sonoro che potremmo classificare come una forma di new-jazz espanso. Non c’è semplice desiderio di contaminazione, ma una sorta di applicazione alla lettera del principio dei vasi comunicanti, dove stili e moduli espressivi si mescolano equilibratamente, attraverso una creatività liquida e scorrevole: basta chiudere gli occhi e far veleggiare la fantasia, perché l’attracco ad un magnifico altrove sonoro, quanto meno non comune, sia garantito.

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