Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

«MINGUS: IL MEGLIO DI UN BASTARDO». IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCO CATALDO VERRINA.

A cura della redazione

Berendt scriveva di Mingus: «Può esprimere il suo odio verso la gente attraverso la musica e, siccome lo fa in modo così convincente, niente da dire. Ma quando l’odio si esprime nel suo comportamento diventa penoso e imbarazzante». Nella vita del contrabbassista di Nogales non ci furono solo gli sbalzi d’umore, ma anche trionfi e ricadute sul piano della carriera, che fu frastagliata ed incostante concentrando il meglio nell’arco di una decina di anni abbondanti che vanno dalla seconda metà degli anni Cinquanta ai tardi anni Sessanta, quando la presa di coscienza afro-americana generò inedite modalità comunicative recuperando un linguaggio vicino al soul, al funk e alle forme responsoriali di derivazione gospel, attraverso una dinamica che fisserà i punti di ancoraggio e le formule espressive dell’hard bop. Il blues sarà il punto cardine, ma elementi folklorici e rimandi alla musica colta andranno sempre più ad aggiungersi all’universo compositivo di Mingus.

In questo libro, che non vuole essere l’ennesimo racconto della controversa vita del contrabbassista, il musicista, l’arrangiatore, il band-leader e il compositore vengono analizzati e raccontati attraverso una cinquantina di album, tra cui i suoi più grandi capolavori. Quasi quindici anni durante i quali il contrabbassista ha generato una curva sinusoidale ascendente al massimo della potenza espressiva e compositiva, per poi precipitare in un baratro di problemi finanziari, personali e psichiatrici, quindi di rientrare in pompa magna sulle scene ancora per pochi anni, prima che la malattia acquietasse per sempre la sua vulcanica creatività.

I primi anni di attività furono di lenta costruzione, ma anche di incomprensioni con «il resto del mondo»; mentre l’ultimo decennio condizionato dapprima dalle problematiche psichiche sempre più marcate e dalla malattia fisica poi, gli impedirono di terminare del tutto un progetto sonoro più complesso, forse, più ambizioso e più a lungo termine; nonostante, come ampiamente descritto, negli anni Settanta fosse riuscito ad aggiungere delle punte d’eccellenza ad una già prestigiosa discografia. In verità raggiunse il climax della fama mondiale proprio a metà degli anni sessanta, quando la sua tecnica cominciò ad influenzare il panorama jazzistico americano ed europeo. In quegli anni alcuni eminenti studiosi rilevarono che la tendenza di Mingus a suonare in levare ne caratterizzasse lo stile, conferendo un tratto distintivo alle sue opere foriere di una continua e frenetica tensione ritmica ed emotiva.

Mingus non guarì mai dai problemi mentali, ed al netto della sua malattia fisica, non sarebbe mai guarito. Oggi ex-post e con un minimo di cinismo potremmo affermare senza tema di smentita che, senza quelle turbe psichiche, quegli sbalzi d’umore, quel carattere irruento ed instabile, non avremmo avuto tanti capolavori così «deviati», trasversali, originali ed imprevedibili; per certi versi la conseguenza di una tensione che rispecchiava una personalità indecifrabile, perennemente in bilico tra spinte emotive contrarie ed irrefrenabili che andavano dal vittimismo all’esaltazione di sé; una sorta di pazzia sotto controllo che generava creatività.

Del resto Mingus, come abbiamo visto, non fu l’unico caso nel mondo del jazz in cui le inquietudini esistenziali siano state sublimate in arte. Compositore tracimante, secondo quantitativamente solo a Duke Ellington, il contrabbassista fu uno dei pochissimi artisti per il quale furono istituite due borse di studio in suo onore, come ricordato da Steve Schlesinger della Guggenheim Foundation che, riferendosi alle abilità compositive del genio di Nogales, volle sottolineare come stesse aspettando con impazienza «il giorno in cui si sarebbero potute trascendere definizioni ed etichette quali jazz o altro, e finalmente riconoscere Mingus come il più importante compositore americano».

Il tempo è medico dei mali, dunque Mingus oggi viene considerato uno dei più autorevoli musicisti del Novecento: abilissimo nella sintesi tra composizione e improvvisazione: negli anni, ha elaborato numerose tecniche innovative per integrare pianificazione, musica scritta e spontaneità improvvisativa, forme complesse prestabilite e libertà solistica. Sovente il contrabbassista giustapponeva gruppi di strumenti al fine di evidenziare il contrasto tonale, usando al contempo una dinamica mutevole con l’intento di far emergere inedite sonorità non contemplate dallo schema compositivo strutturale.

Considerato da molti critici come l’erede ideale di Duke Ellington, Mingus diede il meglio di sé alla guida di line-up di medie dimensioni, tra gli otto e i dieci elementi, ossia meno numerose delle big band dirette da Ellington, ma più nutrite rispetto alle compagini predilette, mediamente, dalla maggior parte dei jazzisti degli anni ’60 e ’70, i quali optavano per il formato trio, quartetto o quintetto. Molti dei concept sonori di Mingus sono diventati con il tempo degli standard o dei veri e propri modelli di studio.

A torto il genio di Nogales viene indicato spesso come un contrabbassista, dimenticando la sua potenza di compositore, forse perché prima di lui questo ingombrante strumento non aveva mai avuto rappresentanti troppo carismatici e protagonisti assoluti sul palco. Il contrabbasso, ritenuto semplicemente uno strumento d’accompagnamento era stato a lungo confinato alle retrovie. Unitamente a qualche altro virtuoso suo contemporaneo, Mingus definì le nuove regole d’ingaggio e le tecniche di improvvisazione che avrebbero guidato i contrabbassisti nei decenni a venire, integrando le funzioni di indirizzo armonico e ritmico del contrabbasso alle invenzioni melodiche degli strumenti a fiato.

Ciononostante il suo virtuosismo sullo strumento di elezione è nulla se paragonato alle vette raggiunte da compositore. La sua mente è stata un compendio di storia della musica ed, al contempo, un fucina di sintesi e di costruzione delle idee. Alcuni trovavano la sua musica inquietante, altri impegnativa e stimolante. In ogni caso l’uomo di Nogales fu in grado di reggere il passo e tenere testa ad ogni nuovo sviluppo evolutivo del jazz, conservando sempre una forte individualità, tanto da evitare l’identificazione con qualsiasi scuola di pensiero. Tra ingegno e follia, tra genio ed imprevedibilità, Mingus incarna la figura del primo vero artista postmoderno della storia del jazz.

Scrive Francesco Cataldo Verrina: «(…) ho iniziato un viaggio a ritroso nella fitta giungla della della mente e della musica di Mingus, ma forse in questo itinerario ho cercato d’incontrare anche una parte di me stesso e del mio amore per il jazz. Laddove, per me, non è stato possibile trovare affinità elettive con l’imprevedibile contrabbassista o giustificarne taluni atteggiamenti, il »trasferimento della sensazione» attraverso la sua musica è perfettamente riuscito e la simbiosi è diventata quasi totale. Spero vivamente che il libro spossa sortire lo stesso effetto su di voi».

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