Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

di Francesco Cataldo Verrina

Partiamo da un suggestione offerta dal titolo dell’album «Acquapazza». Cucinare il pesce o altro all’acqua pazza è una modalità gastronomica tipica della cucina mediterranea che prevede la cottura in un saporito ma semplice sughetto a base di acqua marina, pomodorini, olio extravergine d’oliva, aglio e prezzemolo tritato. Un insieme di elementi semplici, ma equilibrati, che garantiscono una complessità ed un’intensità saporifera al prodotto finale. Per analogia, questa sembrerebbe essere la tecnica impiegata dal pianista maltese Joe Debono per approntare la sua ricca ricetta sonora che parte dagli ingredienti costitutivi del jazz, ossia dal blues, dal gospel e dal soul arricchiti da qualche spezia fusion e messi a rosolare in un brodo di cottura dalle essenze mediterranee.

Prodotto dall’etichetta discografica Anaglyphos Records e supportato da Malta Arts Fund e da Arts Council Malta, l’album «Acquapazza» è costituito da nove originali firmati dall’estroso pianista, ad eccezione di «Innu Lil San Guzepp», scritto da Carlo Diacono. Joe debono lo racconta, ironicamente, così: «Acquapazza è un disco con otto composizione originali e un arrangiamento su un inno di San Giuseppe realizzato dal compositore maltese Carlo Diacono all’inizio del ventesimo secolo. Le mie composizioni sono nella vene di jazz moderno, ma sono basati su delle melodie cantabili. Il titolo è una ode alle istituzioni e individui che si battono contro il global warming (riscaldamento globale). Come sapete «Acquapazza» è una ricetta italiana dove si cuoce il pesce usando dell’acqua del mare. Dobbiamo stare attenti altrimenti finiamo come il pesce che si cuoce nel suo stesso ambiente».

Il progetto nasce con l’intento di cementare una collaborazione che dura da cinque anni con musicisti, tutti siciliani, i quali hanno mostrato subito affinità elettiva e comuni finalità d’intenti con il pianista maltese: Dino Rubino alla tromba e flicorno, Rino Cirinnà al sax tenore, Nello Toscano al contrabbasso e Paolo Vicari alla batteria. Si è creato subito un solito ponte ideale tra le due isole più grandi del Mediterraneo: Malta e Sicilia, due microcosmi con un particolare ritmo esistenziale e humus ambientale. Debono chiarisce alcuni punti: «Ci si potrebbe chiedere, come mai la Sicilia? Nei miei anni formativi mettevo in discussione la validità della presenza del jazz a Malta. Pensavo che vivere così lontano geograficamente e culturalmente dalle rinomate capitali jazzistiche mi negasse il diritto di continuare a praticare questo linguaggio, tanto da farlo diventare mio. Indipendentemente da questo, il fatto che dubbi del genere non sono rari nel mondo dell’arte, e forte del pensiero secondo cui il jazz, sebbene sia musica americana, sia diventato legittimamente appannaggio del mondo intero, mi ha spinto ad andare avanti. Ma c’è di più: lunghe conversazioni con Rino Cirinnà su questo genere musicale hanno dato luce al segno ineffabile che i musicisti di discendenza italiana hanno lasciato nella storia del jazz (…) Le intense esperienze che ho vissuto con questi ragazzi hanno consolidato la mia identità di musicista e compositore jazz ».

Il Joe Debono Quintet si caratterizza come multiforme e ispirata formazione in grado di cesellare in maniera elegante alcuni delle espressioni tipiche del linguaggio jazz tradizionale, arricchito da elementi provenienti dai quattro punti cardinali della musica, ma con la capacita di un’evidente identità mediterranea e contemporanea, che guarda indistintamente al Nord ed al Sud dell’universo jazzistico. L’ordito sonoro tiene conto di molte istanze e metalinguaggi, ma non deborda mai verso uno in particolare; l’amalgama è perfetto, per quanto le atmosfere sembrano molto più vicine ad un cool-jazz rimodulato, dove atmosfere a volta sospese e spaziate si muovono come le coordinate di un lungo viaggio. Il saporoso ed appetitoso pastiche sonoro preparato in «Acquapazza» si arricchisce costantemente dell’umore isolano, grazie alla perfetta interazione fra i musicisti ed una mediterraneità che sottolinea la marcata e vicendevole influenza del jazz del passato e del presente. Le parole del pianista maltese risultano alquanto eloquenti: «Penso che la fase di ricerca e di sperimentazione sia un esercizio continuo e non si fermi mai davvero, nemmeno quando si compone. Un’idea musicale può essere fortemente contaminata dalla sua frase precedente, e forse a volte è così che dovrebbe essere. Quando compongo di solito scrivo quello che sento. Come la maggior parte dei musicisti che improvvisano, questo è un esercizio comune (suonare ciò che si sente), quindi quando si compone è come improvvisare, ma è possibile fermare il tempo, riflettere e modificare. Ovviamente l’improvvisazione e la composizione hanno funzioni diverse, ma le due cose sono strettamente legate tra loro».

L’opener «Little Things», sicuramente tra i momenti migliori del disco, è un intrigo sonoro a più strati che si basa su varie influenze stilistiche che emergono una dietro l’altra, caratterizzate da una melodia fortemente abrasiva. «Gigi», dove, come spiega Del Bono «l’idea era di iniziare con le due note, le due note che mio figlio di un anno canticchiava continuamente, ma il resto della melodia si è scritto da solo in un certo senso». Il brano dall’imprinting molto cool è basato su un perfetto gioco pianistico su cui si innestano i fiati di prima linea arricchendolo di lirismo. «Comedy Biography» è un post-bop dagli umori cangianti, dove gli strumenti di prima linea sembrano puntare in direzioni diverse, con il sostegno della retroguardia ritmica, fino al raggiungimento di un punto di confluenza collettiva. «Innu Lil San Guzepp», come già spiegato, è un riadattamento e conferma l’impianto duale della track-list che alterna momenti più spinti a situazioni più intime e riflessive. Il nuovo arrangiamento rinverdisce l’antico tema, ma l’atmosfera è quella di una band che accompagna un corteo religioso. «The City», come dire nomen omen, usa una narrazione dai contrafforti più metropolitani e funkfied, soprattutto quando il piano fa spazio ai fiati e la retroguardia cambia passo. «Overcome», altro momento topico dell’album, è un mid-range dotato di un impianto melodico a presa rapida , dove sax e tromba, imbeccati dal pianoforte, si muovono tra cielo e mare, scivolando sulle azzurre acque del Mediterraneo. «One Waved One Goodbye Tear» conferma la tendenza del line-up per i cambi d’umore e l’introduzione di stati d’animo mutevoli. Dopo un inizio più contemplativo, quasi un’attesa, a metà del tragitto, la progressione pianistica lancia la truppa verso una rotta inattesa ed inesplorata in un mare magnum di improvvisazione. «Granelli», forse di sabbia, forse piccoli frammenti di vita che si solidificano in una struggente ballata, a metà strada tra un canto antico ed un commento sonoro documentaristico che apre la mente del fruitore a scenari immensi e da scoprire. La title-track, «Acquapazza», suggella magnificamente il disco regalando al mondo degli uomini una melodia che imbriglia la mente dell’ascoltatore in una spirale di suggestioni, attraverso un impianto sonoro che sembra la summa e la sintesi di quanto ascoltato in precedenza.

Come conferma lo stesso Delbono le influenze subite nel corso degli anni sono molteplici: «Da giovane pianista di formazione classica, ricordo di aver ascoltato Shostakovich (…) Immagino sia stata quella freschezza nell’esecuzione che mi ha diretto verso Herbie Hancock, Paul Bley o Keith Jarrett e attraverso di loro sono stato portato a Barry Harris, Bud Powell, Monk ecc. Ma lo spirito di «Acquapazza» è influenzato dalla linea di pensiero collettiva che non può essere imposta». Il senso di «Acquapazza» è proprio questo: un piccolo gioiello di jazz contemporaneo che nasce da un comune sentire e da una collettività di idee. Sicuramente il Joe Debono Quintet porta sul mercato uno dei dischi più interessanti usciti in questa prima metà del 2021.

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Di verrina

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