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Il Ventuno

Alla vigilia della pre-Cop di Milano, per il portavoce italiano dei Fridays For Future occorre una strategia globale coordinata sul clima: l’abbandono del carbone e il taglio degli investimenti per petrolio e gas.

Riportiamo sul nostro blog l’intervista che il nostro Giovanni Mori, in qualità di portavoce per il movimento Fridays for Future, ha rilasciato alla giornalista Elena Comelli e andata in stampa sul Corriere della Sera del 7 settembre.

Che cosa chiederete ai Paesi riuniti a Glasgow? 

«Le cose fondamentali: l’abbandono del carbone e il taglio degli investimenti nell’estrazione di petrolio e gas, a partire da subito. Nel suo recente rapporto l’IPCC l’ha detto chiaro: con un’azione rapida e globale è ancora possibile mantenere il surriscaldamento del clima attorno a 1,5° C dall’epoca pre-industriale. Questo rapporto ci dà ancora più forza per chiedere una svolta radicale nel nostro modo di produrre energia, di scaldare le case, di alimentarci e di muoverci, come diciamo ormai da 3 anni, perché il primo sciopero di Greta Thunberg è cominciato proprio il 20 agosto di tre anni fa». 

Nel rapporto si parla anche di eventi «irreversibili»… 

«Sui danni già fatti non si torna in- dietro, ma il rapporto chiarisce che non stiamo andando incontro a una catastrofe inarrestabile ed elenca una serie di azioni precise da compiere per evitare il peggio. Non si capisce perché la politica prenda sul serio le indicazioni della scienza rispetto alla pandemia, ma non le applichi per affrontare l’emergenza climatica. E quando ci facciamo portavoce di queste indicazioni, ci danno dei sognatori». 

Forse perché si fa più fatica a proteggersi da un pericolo lontano che da un danno immediato? 

«Ma come, allora torniamo al punto di partenza! Greta l’ha detto: siamo giovanissimi e ci tocca fare gli adulti della situazione. Il clima è già cambiato, gli eventi estremi fanno stragi dappertutto e il Mediterraneo si sta desertificando, lo vede anche un bambino. Le cose da fare sono note: passare alle fonti rinnovabili, rivedere il sistema e i consumi agro-alimentari, elettrificare i trasporti e i mezzi di produzione industriale. Se non le facciamo subito non riusciremo a evitare le catastrofi peggiori». 

Le sembra che in questi tre anni di proteste sia cambiato qualcosa? 

«Certamente, oggi si parla molto di più di questi temi e grazie alle nostre azioni l’opinione pubblica è diventata più consapevole. Prima era un te- ma di nicchia da trattare nei convegni, oggi milioni di persone scendo- no in piazza per questo. Risultato: negli ultimi due anni è raddoppiato il numero di Paesi che hanno preso degli impegni precisi, con una scadenza definita per arrivare a zero emissioni nette. In India e in Africa ci sono popolazioni che passano dal non avere l’energia elettrica ad averla grazie alle fonti rinnovabili, mentre noi ci abbiamo messo 150 anni». 

Un conto, però, sono gli impegni e un altro le azioni. 

«Esattamente. Ai governi che si prendono l’impegno di arrivare a zero emissioni nette noi diciamo che le emissioni vanno tagliate in asso- luto, non compensate. È scientifica- mente provato – e posso dirlo con cognizione di causa perché è il tema della mia tesi di dottorato – che il taglio delle emissioni è molto più efficace delle compensazioni per proteggere il clima. È inutile piantare alberi da una parte e continuare a bruciare carbone dall’altra». 

Eppure ci sono molti Paesi che fanno proprio così… 

«E continuano a prenderci in giro. Persino l’International Energy Agency, un’agenzia nata per pro- muovere i consumi di petrolio, dice che da oggi non si possono più costruire impianti nuovi alimentati da fonti fossili se si vuole mantenere il surriscaldamento climatico entro il limite di 1,5° centigradi. Ogni investimento nel carbone, nel gas o nel petrolio va a incidere sulla nostra possibilità di limitare i danni». 

Sono investimenti che crescono anche perché si continuano a sussidiare le fonti fossili. 

«In Italia, ad esempio, ci sono sussidi per oltre 20 miliardi all’anno alle fonti fossili. Lo Stato rimborsa le accise alle aziende di autotrasporto che superano una certa quantità di chilometri, quindi implicitamente premia chi consuma più benzina. E questi sono solo i sussidi diretti». 

Cosa serve per procedere spediti? 

«Una strategia globale coordinata. Ci sono governi che si spingono avanti sulla strada della transizione, anche perché conviene dal punto di vista economico, ma ce ne sono al- tri, come la Russia o l’Australia, che sono fermi o vanno indietro. Bisogna procedere tutti insieme». 

Cover photo: FFF Firenze

L’articolo L’intervista di Giovanni Mori di Save the Planet al Corriere: obiettivo zero emissioni! proviene da Save the Planet.

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