Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

di Francesco Cataldo Verrina

Quando nel 1963 Woody Shaw fece la sua prima registrazione, come sconosciuto diciottenne in veste di sideman nella band di Eric Dolphy, alcuni ipotizzarono che quel nome fosse uno pseudonimo usato da Freddie Hubbard (e forse uno stratagemma per poter suonare dovunque senza obblighi contrattuali). Presto gli ascoltatori più attenti notarono come il tono ed il timbro di Shaw fossero più ampi e ricchi di sfumature, mentre le sue scelte armoniche risultavano più articolate e trasversali. Nonostante non abbia mai avuto un riconoscimento ufficiale, se non post-mortem, Woody Shaw fu una personalità musicale dominante e le sue improvvisazioni avevano la forza di spostare l’asse della musica dal piacevole al sublime, attraverso raffiche di note pungenti e perfettamente piazzate che balzavano in direzioni inaspettate. Una vita drammatica, a limite della tragedia: ipovedente e «legalmente cieco», nonché afflitto da problemi psichici, nel 1989 morì in un incidente della metropolitana senza mai raggiungere quel riconoscimento e quella notorietà che avrebbe meritato; eppure fu un vero innovatore del linguaggio trombettistico, destrutturando e ristrutturando la concezione della sintassi armonica del proprio strumento. Shaw introdusse degli andamenti melodici solitamente impiegati con il sassofono, ossia l’utilizzo frequente di intervalli di quarta e di quinta durante la fase improvvisativa.

«Time Is Right», ottimo Live di Woody Shaw, un classico su etichetta Red Records, registrato dal vivo a Bologna all’Osteria delle dame nel gennaio del 1983, presso Osteria delle Dame, in occasione del Woody Shaw Quintet Live In Europe, con la produzione di Alberto Alberti e Sergio Veschi per la Red Records. Quattro splendide lunghe tracce, tra cui spicca l’iniziale «Moment To Moment» della durata di undici minuti e cinquanta secondi, una ballata mid-range, impregnata di soul, che offre alla tromba nitida ed avvolgente di Shaw anche scalate su registri alti e taglienti, ma con un garbo ed un equilibrio da manuale; molto più lunare la title-track, sempre a firma Woody Shaw. Sulla B side, «You And The Night And The Music» è una fuga onirica in crescendo del pianista Mulgrew Miller, della durata di dieci minuti e venti secondi, con una retrovia che incalza sul ritmo, imbeccata dai tasti del piano colpiti con fervore e veemenza, fino all’arrivo dei due fiati che ripetono lo schema iniziale, aggiungendo un gioco di scambio fatto di riff veloci; «Will Be Togheter Again», restituisce la titolarità dell’opera ed il comando a Shaw che, su un incessante tappeto ritmico, senza pause e senza soste, tenta di imboccare una viabilità oblique indicata ed ampliata dai suoni esotici del trombonista Steve Turre con le sue haitian shell (strumento haitiano fatto di conchiglie). Eccellente il lavoro di Stafford James al basso e Tony Reedus alla batteria.

WOODY SHAW QUINTET LIVE IN EUROPE – «TIME IS RIGHT», 1983

Cedar Walton è stato un pianista di rango, capace di introiettare la lezione powelliana e di restituirla attraverso un modulo espressivo più moderno e personalizzato. Consapevole dei propri mezzi, Walton si è distinto in vari momenti dell’evoluzione del jazz moderno sia come band-leader che in qualità di compositore, ma soprattutto guidando dei line-up che riuscivano ad interpretare in maniera sinergica il suo dettato creativo. Negli anni ’80, Cedar riusci a ricreare la stessa atmosfera ed il medesimo mood di «Eastern Rebellion», album del 1975, considerato il climax della sua discografia. Con un differente organico: il sassofonista tenore Bob Berg, il trombonista Curtis Fuller, il bassista David Williams e il batterista Billy Higgins, Walton tenne vivo il fuoco dell’hard-bop senza mai scadere nel manierismo e nel ricalco degli stilemi tipici degli anni Cinquanta e Sessanta. Durante un tour europeo fece tappa a Bologna registrando un set dal vivo all’Osteria delle Dame. L’album ricavato da questa sessione divenne una delle pietre miliari della sua discografia. La collaborazione con la Red Records fu corroborata da tre straordinari dischi in trio registrati sempre a Bologna nel 1985. Il movimento sulla tastiera di Cedar Walton risulta sempre limpido ed esaustivo, mai sconclusionato o debordante, Il pianista interagisce alla perfezione con sé stesso e con i sodali che gli garantiscono fermezza e sicurezza. In «Cedar’s Blues», la band si misura con quattro originali firmati dal band-leader ed uno standard, «Over The Raimbow», del quale Walton s’impadronisce riportandolo a nuova vita.

Nell’iniziale «Insight», Cedar introduce rapidamente il tema in doppio tempo e prepara il terreno per l’esposizione degli strumenti a fiato che accompagna fornendo loro un tripudio di accordi agevoli su cui, specie l’irruento Bob Berg trova piena aderenza. Il suo primo assolo è uno zampillante arco di note precise ed accurate con un tocco che s’impreziosisce in progressione; il pubblico risponde con applausi scroscianti, mentre la sua progressione fra i tasti prosegue fino ad esaurimento scorte. Segue la succitata «Over The Raimbow», quasi una camera di decompressione, dove l’estro pianistico di Walton emerge in tutta la sua bellezza e la capacità di reinventare quasi in tempo reale. Il pianoforte è padrone assoluto della scena, regalando momenti di serenità e di eccellente valore interpretativo, con il rispetto che si deve ad un’opera altrui, ma anche con l’idea di metterne in luce un differente punto di vista. «Fiesta Espagnola» consente al trombone di Fulller di ricreare la tipica atmosfera latina, rincalzato dal tenore di Berg che ne aumenta il battito cardiaco e la pulsazione sonora, imbeccato da una retroguardia ritmica che non bada a spese sui tempi e sui modi. Il festante tripudio dei fiati lascia spazio al pianoforte che s’inserisce nel costrutto con adamantina lucentezza e velocità sostenuta, favorito da repentini cambi di tempo che sembrerebbero esplorare vasti territori esotici da un continente all’altro. La title-track «Cedar’s Blues», della malinconia del blues ha solo l’asse armonico portante. In realtà è un vero gioiello di hard bop a passo sostenuto, dove il susseguirsi degli strumenti è quasi una parata militare intensa e coinvolgente come una jam session.

La dimensione live rende ancora più verosimile l’idea di una giocosa competizione con reiterati cambi di scena in prima linea. L’album si conclude con «Ugestu», che non concede molte pause né ai musicisti e né al pubblico. L’inizio appare frastagliato da colpi di tamburo e riff di ottoni a profusione. Berg sembra indomito, ma gli assoli di Walton e Fuller sono altrettanto coinvolgenti. «Cedar’s Blues» non è un album rivoluzionario, ma un ottimo esempio di post-hard-bop mainstream trapiantato in un nuovo terreno di coltura, forte della tensione che Walton riesce a creare nei dialoghi con se stesso e con il resto del gruppo. Perfino in quella velocità, a volte in overclocking, si colgono elementi di profondo sentimento, eleganza espressiva ed un innato senso di raffinatezza. Entrambi i lavori sono nuovamente disponibili sul mercato in CD, ma presto verranno ristampati anche in vinile.

CEDAR WALTON – «CEDAR’S BLUES», 1985

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Di verrina

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