Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

di Francesco Cataldo Verrina

Massimo Urbani – «Dedications to Albert Ayler e John Coltrane – Max’s Mood», 1980 (Red Records)

Quando si pensa a Massimo Urbani si tende sempre a cadere nell’idea dello stereotipo dell’artista scapigliato e maudit, genio e sregolatezza. Pertanto, si dimentica troppo spesso che, al netto di ogni valutazione sulla sua breve vita, vissuta senza regole e ad alta velocità, il sassofonista romano è stato un musicista archetipale, unico nel panorama italiano, europeo e mondiale. Massimo Urbani avrebbe potuto essere un modello, avendo un tratto unico ed inconfondibile nel modo di suonare e di inglobare nel suo modus operandi il percorso tracciato da una lunga linea evolutiva del jazz moderno che da Charlie Parker giungeva sino a John Coltrane. A volte si insiste sul legame viscerale con il parkerismo, di cui Urbani è stato (anche se non riconosciuto) uno più convinti e dotati perpetuatori della specie Bird-Sapiens, ma la sua costruzione sonora univa i tanti punti di una più complessa tavolozza espressiva e creativa. L’approccio al jazz dell’altoista romano fu precoce e naturale, quasi istintivo. Si pensi che aveva 17 anni quando diede alle stampe «Jazz a Confronto». Il dato anagrafico contrastava con la tecnica e la padronanza che egli aveva dello strumento, essendo quelle di un musicista maturo e consapevole dei propri mezzi.

Urbani ha sempre fatto ricorso ad un linguaggio libero, versatile, immaginifico rielaborando tutto ciò che aveva assimilato in maniera non convenzionale e tutt’altro che calligrafica o manieristica, ma soprattutto maneggiando lo strumento come pochi altri nella storia mondiale del sax contralto, quasi fosse un’estensione della sua personalità. Massimo appariva come trascinato da una forza mistica e sovrannaturale, sviluppando durante le sue performance una sorta di aura trascendentale non dissimile da quella che scaturiva dalle esibizioni di Trane, altro punto di riferimento del sassofonista romano. Emblematico e profetico il titolo dell’album «Dedications To Albert Ayler & John Coltrane / Max’s Mood», realizzato nel 1980 per la Red Records. Urbani aveva solo ventitré anni, ma siglò uno dei capolavori del jazz europeo e, certamente, uno degli album più riusciti della sua breve carriera, accompagnato al sax alto da un validissimo line-up: Luigi Bonafede al piano, Furio Di Castri al basso e Paolo Pellegatti alla batteria. I quattro sodali si muovono in maniera agile e sinergica tra le pieghe di un repertorio alquanto variegato. Non è un disco free-form, Urbani non perde mai il centro tonale, non usa un fraseggio eterodosso e non insegue la dissonanza a tutti costi, ma il mood è dinamico e passionale come quello di un disco a metà strada tra il bebop integralista di Parker ed il Coltrane modale di «Giant Steps», mentre di Albert Ayler c’è solo l’uso funambolico e spettacolare che questi faceva del sassofono, ma più in senso fisico che sonoro.

Di certo, tutti i dischi di Massimo Urbani sono alimentati da un anelito di libertà espressiva, incontenibile ed insofferente alle regole, ma egli dimostra la capacità di restituire al mondo un classico come «Soul Eyes» di Mal Waldron in maniera poetica e con la struggente grazia di un crooner; per contro modifica la durata delle note del chorus di base con quella naturale attitudine a reinventarne il vissuto precedente ed aggiungere fermenti vivi a tutto ciò che reinterpretava. «Naima» di Coltrane è rinforzata sull’ossatura di base e vagamente parkerezzata in velocità, mentre «Scrapple form the Apple» di Bird, il pezzo più fedele allo stile parkeriano, diventa quasi un falso d’autore più bello dell’originale. L’inusuale versione di «Speak Low», composta da Kurt Weill, certifica ulteriormente il dinamismo creativo del sassofonista. Nei tre inediti forse è reperibile qualche traccia di Ayler, specie in alcune strutture volutamente scarne ed infantili. Nell’opener, «Dedications», da lui firmata, il sassofonista diventa perforante e corrosivo come un Phil Woods che ha divorato la kryptonite, distillando complesse trame di note e di accordi sotto libertà vigilata e senza mai imboccare il vicolo cieco dell’incongruenza tonale.

Anche «Max’s Mood», composta da Urbani, è impostata su un costrutto ritmico-armonico capace di lasciare molto spazio all’improvvisazione, dove i temi melodici diventano un pretesto per liberare i freni inibitori della creatività del contraltista, mentre l’assolo di batteria si trasforma in un piccolo capolavoro di arte percussiva. «L’Amore» di Luigi Bonafede si basa su una cifra compositiva più articolata, ariosa e dinamica, più vicina al post-bop coltraniano, dove il pianista autore, imbracciate le armi di un novello McCoy Tyner, con la correità di Furio Di Castri armato di basso ad arco, prepara la pista di atterraggio per un dirompente Massimo Urbani dotato di un potente reattore, che modula e s’inerpica in verticale legando ed intrecciando le note come Trane, ma urlando più di Pharoah Sanders. Eccellente il lavoro del batterista, Paolo Pellegatti, che non bada a spese, aggredendo costantemente piatti e tamburi, ma soprattutto appagando e compensando la vulcanicità del sassofonista leader. «Dedications to Albert Ayler e John Coltrane – Max’s Mood» evidenzia esattamente quanto lo spirito di Charlie Parker si fosse impossessato di Massimo Urbani, che mostra, altresì, di possedere la foga di John Coltrane, la corrosiva ironia di Albert Ayler, la rabbia di Pharoah Sanders, l’asprezza di Jackie McLean, la potenza di Phil Woods, l’irregolarità di Ornette Coleman, la poetica di Eric Dolphy, ma in fondo questo disco testimonia la genialità dell’unico italiano ammesso per meriti sul campo al Pantheon delle divinità del jazz mondiale. Forse, chi ha scritto la storia avrebbe dovuto scriverla diversamente, ma noi siamo qui apposta, hic et nunc.

Massimo Urbani – «Easy To Love», 1987 (Red Records)

C’è una dichiarazione del contraltista romano che sintetizza in maniera esaustiva la sua visione dle jazz: «Secondo me, è stato fatto di tutto, dopo il silenzio di Cage a livello puramente estetico, non è che ci siano tante cose da fare. Tutto sta nel fare non solo della buona musica, ma nel fatto che l’avanguardia, secondo me, sta nei sentimenti e non nelle forme». Registrato nel gennaio del 1987 presso gli studi AT Sonic di Roma e pubblicato dalla Red Records, «Easy To Love», dal titolo mutuato dall’omonima composizione di Cole Porter presente nel disco, è un album che trova la quadratura del cerchio, pur sciorinando una manciata di standard ed alcuni originali; un lavoro esteticamente bello, anche se l’aggettivo bello potrebbe essere quanto di più fatuo da attribuire alla musica, poiché arte invisibile come suggeriva Duke Ellington. Ciononostante la capacità interpretativa di Massimo Urbani risulta tale e così sorprendente da rendere i connotati di un prodotto mainstream simile a tipici portatori dell’estetica d’avanguardia. Il modulo espositivo del sassofonista è cosi intenso, capace di attraversare i tempi veloci con disinvoltura e di strappare emozioni sulle ballate, tanto da emanare un’aura di fluida unicità e di complessità evocativa al contempo che non trova altri esempi nella storia del jazz moderno, almeno sul suolo italico. L’apporto strumentale dei sodali non è da meno: Luca Flores al piano, Furio Di Castri al basso e Roberto Gatto alla batteria, capaci di agire come una coriacea monade e di ampliare lo spettro percettivo del tipico modulo espressivo urbaniano. Siamo di fronte ad un compatto hard-post-bop declinato con estro, dinamismo e furore, soprattutto attraverso una dinamica esecutiva che faceva di Urbani un cantore unico di un jazz trasversale ed innovativo nel metodo di consegna, ma capace di unire vecchi e nuovi lemmi del bop.

L’album si apre con «A Trane from the East», a firma Urbani, in cui il sassofonista dimostra di essre alquanto creativo evitando di cadere nel tranello di in una riscrittura pedissequa del modulo coltraniano; per contro cerca di rubare l’anima a Trane, piuttosto che la tecnica; tenta un contatto con la sua spiritualità suprema, elaborando un costrutto sonoro giocato sull’alchimia di gruppo, uno stile espositivo originale e tutt’altro che calligrafo. Ciò che i quattro musicisti riescono a concretizzare sarebbe difficilmente riproducile in altri contesti; perfino nel reinventare un classico come «Easy To Love», Urbani dimostra di essere il solito incontenibile estroverso ed insofferente alle regole, pur rispettando tempi e misure. In «Night Walk», scritta la Luca Flores, il pianista trova la sua vetrina espositiva guidando un’intensa ballata in cui le sue progressioni armoniche la fanno da padrone. Con «I Got Rock», una composizione sul crinale della fusion, il sassofonista si riprende la scena, attraverso un impianto funkified esaltato dai colpi di basso di Furio Di Castri, mentre la batteria di Roberto Gatto frusta l’aria con veemenza. Il mood ad alta tensione della retroguardia si acquieta con «Star Eyes» una delle ballate in cui Massimo riusciva a dare del suo meglio per liricità e poetica, ma in questo set trova la piena complicità di Luca Flores che gli stende sottotraccia un piacevole manto di note. L’atmosfera è già satura di vibrazioni e calore quando arrivano «Good Morning Heartache» e «Three Little Woords», altri due standard che chiudono l’album in uno stato di grazia collettiva. Massimo Urbani è sempre stato sulla linea di confluenza di vari stilemi bop, le variabili sembravano molte, dal parkerismo viscerale al coltreismo cosmico, ma a dominare era sempre il suo tratto unico e distintivo. Perfino un album circolare e ben incanalato nei canoni più ortodossi del jazz straight-ahead, come «Easy To Love», ne è una lampante dimostrazione.

Massimo Urbani – «The Blessing», 1993 (Red Records)

«The Blessing» è una sorta di anello di congiunzione tra passato e presente, ma forse anche quel futuro del jazz che Massimo Urbani non avuto modo di poter vivere compiutamente. Registrato al Rambler Studio di Roma il 21 ed il 22 febbraio del 1993, l’album fu dato alle stampe pochi mesi prima della scomparsa del sassofonista, divenendo una sorta di testamento musicale, capace di unire classicità, modernismo e avanguardia. «The Blessing» costituisce un ponte ideale tra la musica di Massimo Urbani e quella del suoi idolo Charlie Parker. La storia della copertina è alquanto emblematica: la quarta anta della cover del CD ci mostra un Massimo Urbani al cospetto di Charlie Parker, quasi in adorazione, mentre lo osserva dal basso con devozione, immolandosi per lui come un sacerdote laico di fronte ad una divinità pagana. Suddetta immagine era l’idea di copertina proposta per l’ultimo disco del sassofonista romano, ma infine in casa Red Records si optò per l’uso di un primo piano che mettesse in evidenza quel suo faccione bonario, a testimonia della dolcezza di un musicista, puro e incorruttibile, in contrasto con l’escalation di una vita turbolenta ed un modo si suonare energico, trasversale e tagliente. Sono molti i punti di contatto tra Urbani e Bird, non ultimo quello strano gioco del destino, che li ha strappati alla vita terrena, entrambi, all’età di 35 anni.

«Blues For Bird» è la rappresentazione sonora della quarta di copertina, dove Urbani si esprime attraverso un perforante blues, molto intimo, carico di pathos e di presagi. «My Little Suede Shoes», presa dal repertorio di Charlie Parker, costituisce un altro tributo al suo motore ispirativo e non lascia dubbi sulle sue radici musicali, come se l’immagine gigante di Bird sulla quarta di copertina ne volesse seguire lo sviluppo. «The Blessing» si sostanzia come un flusso perpetuo di eccellenti performance, nove tagli, alcuni ripescati dal passato, ma tutti ben inseriti in contesto sonoro organico e compatto. Tra i momenti più attrattivi ci sono le due takes alternative di «What’s New» e di «The Way You Look Tonight», pezzi molto familiari, ma riportati a nuova vita, così come l’interpretazione di «Everything Happens To Me» è ancora ritenuta da molti tra le più riuscite di tutta la storia del jazz. Un encomio solenne va al bassista Giovanni Tommaso, al pianista Danilo Rea e all’onnipresente Roberto Gatto alla batteria. Nei due pezzi composti da Tommaso, il gruppo è affiancato dal sassofonista tenore Maurizio Urbani (fratello di Massimo). «The Blessing», letteralmente la «la benedizione» è uno degli album più belli della storia del jazz italiano, di cui Massimo Urbani rimane, a tutt’oggi, un insuperato interprete e rappresentante; un disco di alto profilo jazzistico che non dovrebbe assolutamente mancare nella vostra collezione.

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Di verrina

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