Testata giornalistica registrata presso Trib. di Terni il 31/07/2013 al n° 08/2013 Reg Periodici.

di Francesco Cataldo Verrina

Ronnie Mathews è stato un pianista di talento, spesso sfuggito al controllo dei radar. Nella sua quasi cinquantennale carriera ha inciso solo dodici album in veste di band-leader, ma la sua attività come sideman è stata al vertice, a partite dalle collaborazioni con Max Roach ed Art Bakley, tra il 1963 ed il 1968. Lo stile di Mathews, pur filtrato attraverso una forte personalità espressiva, era la summa ed il continuum di certi assunti basilari fissati da Thelonious Monk, Bud Powell e McCoy Tyner. Negli anni le collaborazioni saranno innumerevoli, ma il momento clou della sua carriera sarà la militanza nel Johnny Griffin Quartet, con il quale operò per quasi cinque anni, tra il 1978 ed il 1982, stabilendo una duratura relazione con il batterista Kenny Washington ed il bassista Ray Drummond. Sodalizio che nel 1980 porterà all’album «Songs For Leslie», prodotto dall’italiana Red Records di Alberto Alberti e Sergio Veschi. In quel periodo il New York Times descriveva Mathews come «una sfida costante e provocatoria al signor Griffin», etichettandolo come «l’energizzatore del gruppo». Negli anni ’90, Mathews si unì al gruppo di T.S. Monk per per una collaborazione durata otto anni e che fruttò tre album. Il Chicago Tribune lo definiva come «L’anima della band […] è il pianista Ronnie Mathews, il cui spigoloso romanticismo fornisce agli strumenti a fiato una base lussureggiante e pungente per le loro improvvisazioni».

Ronnie Mathews – «Songs For Leslie», 1980 (ristampa)

Come accennato, l’approdo alla Red Records diede a Ronnie Mathews la possibilità di realizzare uno dei set più riusciti della sua carriera. Registrato il 1° marzo del 1980 al Music Center di Bologna, l’album si sostanzia come un piccolo classico del piano trio. Mathews è accompagnato da Ray Drummond al basso e da Kenny Washington alla batteria. Paradossalmente, «Song For Leslie» potrebbe essere l’antitesi a «Waltz For Debby» di Bill Evans, mostrando un aspetto del piano trio più energico, per quanto ricco di poesia e feeling , ma meno intimista e più vitale , operando tra repentini cambi di tempo e sbalzi umore. L’opener è affidato alla title-track, «Song For Leslie», un originale a firma Mathews pensato come un moderno bop, srotolato in scioltezza, magnificato da un basso dotato di rapidità di pensiero e di esecuzione ed una batteria che si muove spedita in ogni direzione creando un effetto quasi tridimensionale. Al centro della scena, le mani di Ronnie viaggiano leggere fra i tasti, facendo zampillare un melodia a presa rapida. Il pensiero corre veloce a Bud Powell.

Con «Ask Me Now» di Thelonius Monk, si cambia registro, l’atmosfera diventa più spaziata e rarefatta, ma lo spirito del monaco sembra riaffiorare con un sorriso beffardo e compiaciuto al contempo, mentre il piano viaggia su e giù per una scala blues, dipinta di soul e swing. «It Don’t Mean A Think» di Duke Ellington è un swingante e contagiosa esplosione di vitalità, mentre la sinergia fra i sodali appare quasi telepatica. Tre soli strumenti riescono a creare la vibrante suggestione di una big band. «Susanita», un altro componimento originale scritto da Ray Drummond, gioca molto su variazioni ritmiche e tematiche vagamente esotiche, e mentre il pianoforte veleggia tra i mari del Sud, ad ogni cambio di passo, batteria e basso entrano in scena con vigore pronti a fare da bussola al «pianista sull’Oceano». «I Should care» ritrova il canone dell’estetica monkiana, ma Mathews suona più alla McCoy Tyner, con precisione ed una perfetta improvvisazione tematica. «Once I Loved» è uno standard di Jobim, che rifugge dal manieristico e ruffiano tentativo di bossa-jazz. Dopo un inizio quasi ingannevole alla ricerca di un un improbabile saudade, Mathews e compagni ridisegnano il tragitto secondo i canoni di un bop in overclocking, con un finale hard-swingin’ da manuale del jazz. «Song For Leslie» è un set indomito e geniale, recentemente riproposto in CD dalla nuova Red Record di Marco Pennisi. Prossima la pubblicazione della ristampa in vinile. Vi consiglio di non lasciarvelo scappare per una seconda volta.

Isaiah J. Thompson – «Composed in Color», 2021

Isaiah J. Thompson è attualmente uno dei più interessanti pianisti jazz sulla scena, dotato di una naturale predisposizione all band leader-shipping, nonché di una spiccata attitudine alla composizione. Come esecutore, sia pure attraverso un’evidente personalità dai tratti assai marcati, è la summa di tutte le precedenti esperienze del jazz moderno. Laureato alla Juilliard School, ha ricevuto nel 2018 il «Lincoln Center Emerging Artist Award» ed ottenuto, sempre nello stesso anno, il secondo posto al “Thelonious Monk (ora Herbie Hancock) Institute of Jazz International Piano Competition”. L’album «Composed in Color», che segna anche il ritorno sul mercato della Red Records, unisce tradizione e modernità in un percorso organico e lineare suddiviso in otto tracce, alcune fresche di conio, altre riproposte attraverso una rivisitazione originale ed un’immediatezza espressiva, tale da garantire ad alcuni classici standard un salvacondotto per una nuova terra promessa. Il giovane pianista è supportato da Philip Norris al basso, rilevato da Christian McBride in «Raise Four» di Monk e da TJ Reddick alla batteria, a sua volta, sostituito in alcune tracce da Joe Farnsworth e Kenny Washington. Thompson rilegge con disinvoltura e padronanza della materia talune composizioni tradizionali quali «Take The ‘A’ Train», «Twelve’s It» o «Hi-Fly», unitamente a brani originali, composti di suo pugno come «Mikula Blues». «Composed in Color» è un album che non dovrebbe mancare nella vostra collezione, soprattutto se amate andare oltre il catalogo degli anni ’50 , ’60 e ’70.

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Di verrina

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