IAN DURY…IL GENIO DIMENTICATO


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// di Francesco Cataldo Verrina //

Ascrivere Ian Dury al mondo della “disco”, potrebbe apparire una sorta di eresia, almeno per qualche permaloso scribacchino, compilatore di enciclopedie e catalogatore di generi e stili. Ian Dury entra di diritto nella storia della “musica da discoteca”: i suoi più importanti singoli, a partire dalla seconda metà degli ’70 sono stati ballati sulle più importanti dance-floors ed apprezzati dai DJs delle più accreditate discoteche dell’epoca come il mitico Paradise Garage di New York. Per non far torto a nessuno, diciamo che Ian Dury potrebbe essere considerato come un giocatore in comproprietà, per metà rock e per metà funk.

Personaggio incredibile affiorato nell’oceano, o, per meglio dire, dalle acque limacciose del Tamigi, dal mare-magnum della new wave, forse old-wave, no-punk, anti-rock, più-funk, quasi disco. Dopo una lunga permanenza nel circuito dei pubs più scalcinati della periferia londinese, Ian Dury divenne presto sinonimo di artista scanzonato, ironico, iconoclasta, capace di una notevole forza corrosiva. Questo londinese, affetto da poliomielite durante la giovinezza, non proprio bello come la classica pop-star dotata di forte sex-appeal, attorniato da musicisti ancora più malandati e trasandati di lui, seppe conquistare il mondo con una manciata di singoli ed altrettanti album ricchi di spunti innovativi, interpretando per un certo periodo il ruolo di disturbatore e castigatore del piatto conformismo in cui versava la scena rock di quegli anni, massacrata dall’idiozia sputacchiosa del punk, dove in molti volevano fare ciò che ancora non sapevano fare: né suonare, né interpretare il ruolo di pop-star. Dopo lo scioglimento del primo gruppo in cui militava, i Kilburn & the High Roads, con i quali, nel 1974, aveva realizza un discreto album, “Handsome”, Dury diede vita ad una band non meno pittoresca e variopinta, denominata Blockheads. (In italiano si potrebbe liberamente tradurre, “Teste di cazzo”). 

Con questi degni compari debuttò in pompa magna con un singolo conosciuto ovunque, “Sex & Drugs &’ Rock’n’Roll”, inno all’emarginazione condito da una sottile satira sullo scomodo ruolo e soprattutto una vergata sulla schiena agli stereotipi dilaganti tra i divi del rock. Il pezzo, pur avendo un’impalcatura rockeggiante, almeno nell’uso della chitarra, era imperniato su un incisivo riff negroide e forse avrebbe potuto chiamarsi anche “Funk , Drinks & Disco Dance”. Ian Dury non era nero di pelle, lo era, però, di fumo (tutto quello che aveva respirato nei pubs), certamente era incavolato nero: a parte le tardive gratificazioni ottenute con la musica, la vita non era molto generosa nei suoi confronti. Figura di punta della Stiff, etichetta specializzata in artisti pazzoidi, geniali e non facilmente inquadrabili in un genere ben preciso, Dury realizzò una serie di motivi esilaranti e ballatissimi come “Hit Me with Your Rhytm Stick”, “Wake Up and Make Love with Me” e l’album “New Boots and Panties” che fu una potente “hit” nelle classifiche. 

La sua immagine caricaturale e provocatoria con spille attaccate ovunque, fustini di detersivi al collo, ninnoli vari e altre stranezze ben difficilmente si accordava con la coreografia della prima “new wave”, allestita da giovinetti efebici, ben vestiti ed intenzionati a griffare il pop. Ian Dury, già all’epoca, era un uomo vissuto prossimo alla quarantina, non interessato né al punk, né alla nuova onda, ma, sicuramente, deciso, a trovare un riscatto sociale attraverso il successo: non esiste traccia di un suo dissenso nei confronti della musica da discoteca. 

Da lì a poco, giunse il suo nuovo proclama, “Funky Disco (Pops)”, intagliato sulla falsa riga di “Sex & Drugs & Rock’n’Roll”, ma questa volta impiantato in terreno di cultura più vicino alla disco. La sua produzione si arricchì con l’accoppiata funky-rap di “Reason to Be Cheerful”, realizzata in collaborazione con il suo amico Chas Jankel (la voce di “Ain’t No Corrida” di Quincy Jones), o con l’album “Lord Upminster” uscito nel 1981, in cui figurano Robbie Shakespeare e Sly Dumbar, vero gioiello di afro-pop-funk (al)bionico. Quest’ultimo lavoro segno il passaggio alla più remunerativa Polydor, dopo che i due album precedenti “Do It Yourself” e “Laughter” erano stati pubblicati ancora sotto il marchio dell’etichetta Stiff. Ian Dury targato Polydor si mostrò ancora un individuo vitale e capace di sorprendere in linea con il personaggio di sempre. “Spasticus Autisticus”, pubblicato nell’anno dell’handicappato, venne subito bandito dalla BBC, ma ottenne un notevole successo commerciale. 

Gli Anni ’70 era già finiti da qualche tempo. Dopo gli anni Ottanta, le sue attività saranno molteplici non solo in campo musicale, ma anche cinematografico. La fortuna, però, non gli è stata mai troppo vicina, nel 2000, all’età di 58 anni, è stato prematuramente stroncato dal cancro. A prescindere da qualunque facile e improvvisata catalogazione di genere o di stile o di improbabile collocazione in questa o quella gabbia-pop, è assurdo ritenere che un uomo intelligente, un musicista di vaglia, un artista ironico e brillante, possa essere confuso con il punk. Potrebbe risultare addirittura ardimentoso, averlo confuso con i “discotecari”, ma in fondo “It’s Only Rock And Roll!”, nulla più!

 Discografia Consigliata

Wotabunch! – Ian Dury & The Kilburns (1977)

New Boots and Panties!! – Ian Dury (1977)

Do It Yourself – Ian Dury & The Blockheads (1979)

Laughter – Ian Dury & The Blockheads (1980)

Lord Upminster – Ian Dury (1981)

 16-1981-Ian-Dury-and-the-Blockheads-Brighton-©-David-Corio

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