Miles Davis e John Coltrane, entrambi conquistati dalla Spagna, crocevia di culture dalle intense trame sonore.

/// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina ///

Miles Davis – “Sketches of Spain”, 1960 : Miles Davis, nel corso della sua lunga ed impervia carriera, è stato una specie di segugio in grado di fiutare la “preda” anche controvento, anzi sembrava che fosse capace di spostare, come una specie di sciamano, la direzione del vento a proprio vantaggio. Quando sembrava che gli eventi stessero per precipitare, trovava puntualmente la maniera per risalire la china e di mutare sempre gli eventi in suo favore: fortuna, bravura, intuito, genialità? Forse tutti questi elementi combinati insieme e molto altro ancora. Dopo aver perso per strada due importanti pedine della sua prima storica band, John Coltrane e Cannonball Adderley, l’irrequieto trombettista comincio ad avere qualcosa che gli frullava in testa. In particolare, dopo aver ascoltato a casa del bassista Joe Mondragon il famoso “Concierto de Aranjuez” nella versione classica. Davis acquistò il disco e lo portò a Gil Evans perché potesse creare un nuovo arrangiamento adatto ad una sessione jazz. Evans ne rimase conquistato, tanto che si accinse a creare, immediatamente, materiale per un intero album da sviluppare attorno a quell’idea.

Insieme a “Kind of Blue”, “In a Silent Way” e “Round About Midnight”, “Sketches of Spain” è considerato quasi all’unanimità dal Gotha dei critici mondiali come uno dei traguardi musicali più duraturi e innovativi che Miles Davis abbia mai raggiunto. Registrato tra il novembre del 1959 e il marzo del 1960, “Sketches of Spain” nacque dalla terza collaborazione con l’arrangiatore canadese Gil Evans. Il risultato fu un capolavoro di arte moderna. Nel “Concierto”, l’arrangiamento orchestrato da Evans fornì ad una jazz band, Miles Davis, Paul Chambers, Jimmy Cobb ed Elvin Jones, l’opportunità di registrare un’opera classica quasi nella sua integrità. Il “Concierto de Aranjuez” con le sue meravigliose tinte sonore, l’adagio intricato ed il suo delicato volo trascendente, interpretato da Davis con un flicorno soprano dotato di sordina, viene considerato uno dei massimi contributi alla musica classica provenienti dalla cultura popolare afro-americana del 20° secolo. Il controllo di Davis sullo strumento è singolare e la direzione di Evans è impeccabile. Notevoli anche “Saeta”, che contiene alcuni dei più sorprendenti assoli della carriera di Davis, anche dal punto di vista tecnico, e “Solea”, un pezzo basato su una canzone popolare andalusa, dove una donna scopre la fede, incontrando la processione del Cristo verso il Calvario. La narrazione della passione e la processione sono scanditi da un accorato accompagnamento di ottoni, mentre Cobb e Jones, attraverso un ritmo percussivo dal sapore flamenco consentono all’orchestra di dedicarsi all’ccorato arrangiamento creato da Evans per accompagnare Davis, il quale si concede con ispirata grazia ed una magistrale verve classicheggiante.

Sketches of Spain” è certamente la registrazione più toccante e romantica che Davis abbia mai realizzato. Ascoltarlo oggi, a quasi 60 anni di distanza, rappresenta ancora un’esperienza unica ed un percorso polisensoriale, grazie alla moltitudine di timbri, tonalità e strutture armoniche, raramente presenti in quella musica che noi solitamente chiamiamo jazz.

John Coltrane – “Olé”, 1961: Coltrane era come un bambino, amava giocare con la musica, aveva con essa quello stesso rapporto intimo, quasi mistico che i bimbi hanno con i giocattoli. Per detta anche della sua prima moglie Naima, la vita del sassofonista era costellata di pause, ripensamenti, frustrazioni e gioie, a seconda che la costruzione del “giocattolo riuscisse o meno; soprattutto John Coltrane non ha mai smesso di chiedersi cosa volesse dalla musica e non ha mai smesso di spingersi oltre i limiti, cercando di essere una specie di “santo laico” nella sua devozione al divino nume ispiratore. Profondamente spirituale, cercò di creare sempre un corpo unico con la musica. Uomo gentile ed enigmatico dalle molte voci, Trane era un musicista focoso ed imprevedibile: i suoni emanati dal suo sassofono erano scintille di vita, dove aggressività e sofferenza si fondono alla perfezione, soprattutto sapeva che per i suoi detrattori, e furono tanti, l’amore fosse la sola risposta. I suoi album sono stati un crescendo di sorprese fino alla sua morte avvenuta nel 1967, quando forse, nella fase terminale, osò anche oltre il limite.

Al momento della registrazione di “Olé” nel 1961, Trane era appena passato alla Impulse! Records, per tanto il suo modo di suonare iniziò a riflettere la libertà che la nuova etichetta gli consentiva di plasmare quel suo desiderio, a volte represso, ossia “Mi piace suonare a lungo”. Nei 18 minuti di “Olé”, noi comuni mortali possiamo solo immaginare quale profonda soddisfazione debba aver provato, quando per la prima volta si sentì davvero libero di lasciare che il suo modo di suonare si estendesse quasi all’infinito attraverso i solchi del disco. L’album è una sorta di trance onirica. Trane aveva un sorta di ammirazione e di riverenza quasi “genitoriale” ne i confronti di Thelonius Monk e di Miles Davis, soprattutto considerava quest’ultimo una specie di padre putativo e questo album se non dettato da un meccanismo di imitazione di un bambino nei confronti del genitore, paga sicuramente un tributo ispirativo al trombettista.

Registrato un anno dopo la pubblicazione di “Sketches of Spain” di Miles Davis, “Olé” approda in terra di Spagna, riecheggiando però con i suoni mistici delle brughiere del Nord Africa a stretto contatto con la Penisola Iberica, mentre in “Sketches of Spain” le orchestrazioni di Gil Evans fanno rivivere la grandiosità del flamenco. “Olé” esplora in modo più scarno e terreno nuove modalità musicali sotto l’influenza dell’oriente legato alla Spagna islamica. Due giorni dopo aver registrato Africa / Brass, straordinario album di debutto per Impulse!, Trane trascinò in studio i vecchi compagni di merenda: McCoy Tyner e Elvin Jones per un rendez-vous con alcuni nuovi gregari di talento, quale controparte altrettanto talentuosa ed innovativa: Eric Dolphy, il giovane trombettista Freddie Hubbard ed i bassisti Reggie Workman e Art Davis. I complicati schemi ritmici e le inedite trame sonore di “Olé” sono la prova che John Coltrane stesse ancora una volta disegnando il percorso da battere. L’abilità come anticonformista, al di là delle sue apprezzabili doti musicali, elevava la sua intera forma d’arte su un livello decisamente più complesso.

La title-track, pur muovendo dallo spagnolismo ispirato da Davis, se ne allontana rapidamente e tutta la combo si estende oltre con ispirazioni e variazioni improvvisate, rispettivamente, da Dolphy, Hubbard, Tyner e Coltrane. “Olé” mette in mostra anche delle sorprendenti interazioni a doppio basso. La combinazione del contrabbasso suonato in tandem produce un forte eccitazione che permea tutta la musica dell’album. Coltrane era perennemente alla ricerca di suoni fuori dalla norma. La bellezza ammaliante di “Aisha” rappresenta uno dei migliori frutti sbocciati dalla collaborazione tra Tyner, autore della canzone, e Coltrane. Gli assoli di Hubbard, Dolphy e Tyner creano un situazione multi-dimensionale. Il solido “dream team” esprime una forte dose di empatia musicale, liberando la concezione e la dimensione degli assoli di Coltrane, spingendolo verso vette allora sconosciute. L’assolo di flauto di Eric Dolphy è indimenticabile, con il marchio di fabbrica di un genio dalla voce mai eguagliata. L’interazione dei due bassi dall’andamento mistico suggerisce la danza estasiante dei Dervisci Rotanti di Istanbul. “Dahomey Dance” è un blues dal suono più tradizionale, con Trane che passa al sax tenore. Se non fosse per la linea di basso e l’assolo decisamente obliquo e poco convenzionale di Dolphy, questo pezzo potrebbe facilmente essere scambiato per un tassello mancante alle sessioni di Miles Davis per “Kind Of Blue”. La traccia finale è una composizione di Billy Frazier intitolata “Original Untitled Ballad (To Her Ladyship)”, mai pubblicata fino al 1970 ed esclusa dalla versione originale per qualche strana ed insana ragione.

Olé” è un album di transizione che naviga con estrema fruibilità tra gli ultimi anni sonicamente più impegnativi di Trane e la sua precedente produzione decisamente più accessibile. Una pietra miliare nella crescita artistica del sassofonista, essenziale per qualsiasi collezione jazz che si rispetti.

John Coltrane tenore, alto e sassofono soprano; Eric Dolphy flauto e sassofono contralto; Freddie Hubbard tromba; McCoy Tyner piano; Reggie Workman e Art Davis basso; Elvin Jones batteria.

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