BOOKER LITTLE UN PICCOLO GRANDE GENIO DELLA TROMBA, PREMATURAMENTE STRAPPATO AL JAZZ.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Grazie ad un talento non comune, Booker stava per intraprendere una promettente carriera con radioso futuro davanti a sé, ma un triste destino lo attese al varco ed un grave malattia lo stroncò il 5 ottobre 1961 all’età di soli ventitré anni. Il talento di Little fu tale che, nell’arco di una breve attività artistica, durata poco più di tre anni, registrò quattro album come band-leader, partecipando a numerose session con artisti del calibro di Max Roach, John Coltrane, Donald Byrd, Eric Dolphy ed altri. In poco tempo, Booker Little ha lasciato ai posteri tanti piccoli gioielli sonori, quanti molti comuni musicisti non sono riusciti a mettere insieme neppure nello spazio di lunghe carriere durate decenni.

L’unione con l’eclettico Eric Dolphy spinse Booker verso nuove vette esplorative, corroborando il suo stile unico ed inimitabile. L’uso drammatico della dissonanza, il fraseggio distintivo e atipico lo distinguevano dagli altri trombettisti più importanti dell’epoca, come Lee Morgan e Fredide Hubbard, soprattutto quando le sue improvvisazioni divennero più difficili, la tecnica impeccabile e il controllo dello strumento meticoloso.

Booker Little aveva un suono malinconico ed inconfondibile contrassegnato da un’articolazione nitida; i suoi salti intermedi guardavano verso le avanguardie, ma sapeva muoversi agevolmente nell’ambito del bop più duro. Era in grado di mettere insieme linee sonore sagomate e facilmente intellegibili, mostrandosi poco incline al convenzionale fraseggio bop e per nulla confinato ai modelli praticati dai suoi coevi; spesso si liberava con disinvoltura dal diatonismo e dal blues. Amava focalizzare la sua attenzione sull’estensione armonica e la dissonanza.

Il suo modo di suonare era angoloso e talvolta obliquo, con l’utilizzo di ampi salti intervallari e con lunghe note inaspettate nel mezzo di frasi generate con una tecnica atta a creare effetti drammatici. Dotato di un orecchio assoluto ed un innato lirismo, Booker Little ha generato spesso improvvisazioni ambiziose, che difficilmente altri sono riusciti a suonare e replicare.

Booker Little – “Booker Little And Friend”, 1961: Piacere sublime e tristezza infinita nell’ascolto di questo disco, consapevoli di avere fra le mani l’atto finale di Booker Little che sarebbe scomparso a soli 23 anni, a pochi mesi dalla pubblicazione di “Booker Little And Friend”. Sviluppata in sestetto, la sessione vide la partecipazione del trombonista Julian Priester, del sassofonista tenore George Coleman, del pianista Don Friedman, del bassista Reggie Workman e del batterista Pete LaRoca.

Nonostante i solisti si esprimano ai massimi livelli, Booker Little resta il punto cardine dell’album, mostrandosi in forma smagliante e forse ignaro che sarebbe morto il 5 ottobre dello stesso anno. Tra le sei composizioni originali, si distinguono per tempra ed immediatezza “Molotone Music” e “Victory and Sorrow”, anche se Little nell’interpretare lo standard “If I Should Lose You” tocca uno dei momento più espressivi della sua fugace carriera.

La presenza di tre strumenti a fiati in prima linea rende l’album pieno di armonie, contrasti e sfumature; ottimo l’incedere percussivo di Pete LaRoca, valido strumentista, sovente sottovalutato ed ignorato. Di album come “Booker Little And Friend” si è parlato spesso sottovoce, è arrivato il momento di alzare il volume!

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