Eraldo Volonté, Oscar Vandambrini e Dino Piana…i “senatori” del Jazz Italiano.

// SOLO VINILE by Francesco Cataldo Verrina //

Eraldo Volonté Quartet – “My Point Of View”, 1963

La stampa americana scriveva di Eraldo Volonteé: “Grazie a musicisti come lui, il jazz è diventato una musica importante e unica, anche in Italia”. Eraldo Volonté è stato uno dei migliori sassofonisti italiani, sicuramente il suo stile, il suo timbro ed il suo fraseggio richiamavano a volte gli sperimentatori e gli avanguardisti afro-americani. Nel suo modus operandi non è difficile cogliere alcuni aspetti dello musica di Coltrane. Molte le sue iniziative tese a favorire lo sviluppo dei nuovi linguaggi del jazz in Italia.

“My Point Of View”, letteralmente il mio punto di vista, è uno spaccato fedele, forse una summa di quella che era la sua visione del jazz in quello scorcio di anni ’60, dove anche l’Europa riceveva gli stimoli provenienti dalla “New Thing”, ma con grande difficoltà riusciva a muoversi su un terreno obliquo e trasversale per ovvi motivi sociali ed ambientali. Analizzando con attenzione le pubblicazioni di Eraldo Volonté s’intuisce subito che i tutti i suoi album, pubblicati fra gli anni 50 e gli anni 60, si muovono perfettamente e naturalmente su una linea di sviluppo non dissimile da quella statunitense, a differenza di altri arti artisti italiani, per lungo tempo legati ad uno sistema esecutivo tradizionale molto swing-swing, e poi bruscamente migrati verso moduli espressivi più sperimentali.

Nella carriera di Eraldo Volonté ci sono album più votati al melting-pot sonoro come “Safari”, dove emerge una marcata componente ritmica di tipo africano con un procedimento non dissimile a quello adottato da molti jazzisti nero-americani. “My Point Of View”, che rimane probabilmente uno dei dischi più riusciti della sua variegata attività, si sostanzia come una terra di confine fra un hard-bop in fase evolutiva ed alcuni timidi esperimenti di svincolarsi dalle regole, una sorta di volo libero controllato, dove l’improvvisazione non sconfina mai nell’impossibile e la melodia, sia pure cangiante e con molte variazioni sul tema, resta sempre fissata a dei precisi punti di ancoraggio.

Registrato a a Milano, nel novembre 1963, (ad eccezione della traccia 2 della seconda facciata “Some Other Blues” registrata nel in maggio dello stesso anno), l’album vede la partecipazione oltre che di Eraldo Volonté al sax tenore, anche di Renato Sellani al piano, Giorgio Azzolini al basso e Lionello Bionda alla batteria. “My Point Of View” si apre con un’inaspettata versione di “Summertime”, corroborata nella forma e nella sostanza, con una sezione ritmica, basso e batteria che avallano il percorso trasversale del sassofono, con la complicità del piano che sembra reinventare la melodia, per poi fornire un assist perfetto al tenore di Volontè il quale si innalza in un volo pindarico da manuale; a seguire la classica “Green On Dolphi Street”, riproposta sotto forma di ballata mid-range, ma con un lavoro sulla melodia che atratti ricorda Ornette Coleman; “You Are A Waver Of Dreams”, Eraldo sfodera la cifra stilistica dei grandi sassofonisti, in grado di saper modellare le ballate sul filo delle emozioni, tra pathos e liricità da antologia.

La B-side esordisce con “So What”, un omaggio a Miles Davis, ma con intenti tutt’altro che cool, i riff dell’inciso dove il sax sostituisce virtualmente la tromba sono caldi e taglienti, soprattutto nella fase improvvisativa, Volonté esplode in un progressione energica, quasi a voler marcare le distanze dall’originale; l’album si chiude con “Some Other Blues” è un trascinate hard-bop up-tempo con un’impostazione di base assai classica: presentazione del tema ed a seguire un sequenza di assoli ad appannaggio di tutti gli strumentisti, ma con una nota caratteriale fornita dalle impennate del sassofono che non sono per nulla tradizionali e prevedibili. “My Point Of View” è sicuramente una degli album più belli del jazz italiano di tutti tempi, non distante da tanti acclamati prodotti americani. Io se fossi in voi non le lo lascerei scappare.

OSCAR VALDAMBRINI e DINO PIANA


Oscar Valdambrini e Dino Piana sono stati due dei “senatori” più stimati durante la grande stagione del Jazz italiano degli anni ’50 e ’60; due musicisti che potevano competere con chiunque ed a qualsiasi livello. Valdambrini (torinese, nato nel 1924) si fece notare per la prima volta come valente trombettista nei primi anni Cinquanta. Nel 1955 diede vita al più famoso sestetto italiano, anche all’estero; dal 1956 in poi fu coinvolto in vari quintetti con Gianni Basso, oltre a dare un importante contributo alla Big Band di Armando Trovajoli, tra il 1957 e il 1958; innumerevoli le sue collaborazioni con i più famosi nomi del jazz mondiale (Chet Baker, Gerry Mulligan, Lars Gullin, Zoot Sims, Friedrich Gulda, Conte Candoli, Lionel Hampton, Duke Ellington, Maynard Ferguson, Buddy Collette, Kenny Clark, ecc.), attraverso la partecipazione ad innumerevoli festival e concerti.

Piana è da considerarsi un altro campione indiscusso. Apparve improvvisamente sulla scena jazz, imponendosi come trombettista solista durante il primo “Jazz Club”, una struttura per orchestre organizzata dalla RAI nel 1960. Come risultato, fu chiamato a lavorare con i più rinomati jazzisti del periodo, dopo il passaggio al trombone. Nato nel 1930 a Refrancore, in provincia di Asti (Piemonte), si fece conoscere esibendosi in prestigiosi eventi internazionali, divenendo membro di due grandi orchestre composte da alcuni dei migliori musicisti europei: a Stoccolma nel 1968 ed a Oslo nel 1974. Di alto livello le sue collaborazioni con personaggi illustri come Chet Baker, Conte Candoli, Gerry Mulligan, Maynard Ferguson, Frank Rosolino, Charlie Mingus, Gato Barbieri, Lionel Hampton e così via….

Valdambrini / Piana Quintet – “Afrodite”, 1977

In quel periodo, Valdambrini e Piana vivevano da anni a Roma ed erano considerati tra i maggiori esponenti del jazz europeo. La precedente collaborazione con Gianni Basso, in un ineguagliato trio di fiati, li aveva già consegnati agli annali della storia. Così, ancora una volta, nel 1974 decisero di unire le forze per dar vita ad un Jazz Quintet che potesse rappresentare una sfida ed uno stimolo per qualsiasi gruppo italiano di nuova generazione.

L’operazione riuscì sia nella forma che nella sostanza: “Afrodite”, rimane un’altra pietra miliare del jazz italico, divenendo un raccordo fra la tradizione e le avanguardie. Affiancarono Oscar valdambrini, tromba e flicorno e Dino Piana al trombone, Oscar Rocchi al piano, Giorgio Azzolini al contrabbasso e Tullio De Piscopo alla batteria. I cinque brani registrati durante il set e firmati dai titolari dell’impresa mostrano le diverse caratteristiche dei due band-leader, ma anche i punti di confluenza, giocati soprattutto sul terreno dell’improvvisazione.

L’album si apre con “Arabian Moods” e la città dei suoni prende subito forma, infiammandosi sotto i colpi di una potente escursione ritmica. Imperniato su una scala dal movimento orientale, il lungo brano d’apertura alterna un battito in 3/4 ed uno in 4/4. L’incedere obliquo degli assoli sembra costruire un caleidoscopio sonoro in cui confluiscono differenti istanze e da varie angolazioni; “Drums Atmosphere” riprende un andamento più canonico, ma non scontato, sviluppandosi in un ambiente definito e delimitato da Valdambrini attraverso un movimento calante verso le tonalità più basse, I due fiati colmano alla prefezioni le voragini sonore create dal piano e dal contrabbasso; “Parkeriana” suggella la prima facciata del microsolco ed è un un tributo ideale ad uno dei maestri del jazz moderno, in cui affiorano alcuni degli elementi più caratteristici del bop.

La B-Side si apre con “I Due Modi”, così chiamato perché la prima parte del tema è basata su un beat africano, mentre quella centrale è swing, impostata in un 4/4 a doppio tempo; in “Palpitazione”, la sezione ritmica esegue un movimento costante, mentre il tema appare capriccioso ed impervio nella struttura, quasi distorto, ma il tessuto melodico è assai accattivante, anche nella fase improvvisativa e non fuoriesce mai dal tracciato stabilito; “Afrodite” è un pezzo dall’andamento felpato, un dialogo perfetto, un pacifico duello fra la tromba ed il trombone con un interplay da alta accademia del jazz. Oscar Rocchi, Giorgio Azzolini e Tullio De Piscopo costituiscono davvero una sezione ritmica di lusso, salvaguardando tutte le istanze di Valdambrini e Piana. Un disco di rara bellezza e senza complessi rispetto alle produzioni americane. Da aggiungere alla vostra collezione senza ma e senza se!

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