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Quando la violenza sulle donne fa rumore solo se conviene

27/01/2026•2 min di lettura
Andrea Coscia — firma Il 21
Quando la violenza sulle donne fa rumore solo se conviene Ogni anno, in Italia, le donne uccise sono oltre cento.Non è un’emergenza improvvisa. È una costante. I dati ufficiali del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT…
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Quando la violenza sulle donne fa rumore solo se conviene

Ogni anno, in Italia, le donne uccise sono oltre cento.
Non è un’emergenza improvvisa. È una costante.

I dati ufficiali del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT lo ripetono con una regolarità che dovrebbe togliere il sonno: nella stragrande maggioranza dei casi, la violenza avviene in ambito familiare o relazionale. Partner, ex partner, contesti già noti. Non mostri sconosciuti. Non raptus improvvisi. Non eccezioni.

Eppure l’attenzione pubblica non segue questa continuità.
Arriva a ondate. Sparisce in fretta. Ritorna solo quando un caso diventa “spendibile”.

Non tutte le vittime generano lo stesso rumore.

Alcuni episodi scatenano giorni di indignazione, mobilitazioni, piazze, hashtag, prese di posizione ufficiali. Altri, numericamente identici e spesso persino più gravi per dinamica e contesto, restano confinati a poche righe di cronaca locale.

Il criterio non è la gravità.
È la convenienza narrativa.

La violenza sulle donne diventa centrale nel dibattito pubblico quando può essere utilizzata per rafforzare un racconto già pronto. Quando si incastra in uno schema riconoscibile. Quando permette di indicare un colpevole simbolico, un nemico chiaro, una causa da cavalcare.

Quando invece il caso costringe a guardare dentro la normalità, dentro le relazioni, dentro le responsabilità diffuse, il volume si abbassa.

Questo non significa che le mobilitazioni siano false o inutili.
Significa che sono selettive e la selettività, quando si parla di violenza, è un problema serio.

Perché produce un effetto collaterale pericoloso: trasmette l’idea che alcune vittime “valgano” più di altre. Che alcune storie meritino attenzione e altre no. Che la violenza sia un tema da attivare a comando, non una realtà strutturale da affrontare con continuità.

I numeri, invece, non selezionano.
Raccontano una violenza trasversale, ripetitiva, prevedibile nei meccanismi. Una violenza che raramente esplode dal nulla e che spesso era annunciata da segnali ignorati, sottovalutati o normalizzati.

Qui si apre il punto più scomodo, quello che raramente entra nei cortei o nei comunicati: la prevenzione non è uno slogan. È lavoro lento, silenzioso, istituzionale. È formazione. È servizi sociali. È protezione reale per chi denuncia. È capacità di intervenire prima che il caso diventi “notizia”.

Tutto questo fa meno rumore di una piazza.
Ma salva più vite.

Il problema non è indignarsi.
Il problema è farlo solo quando conviene.

Finché la violenza sulle donne resterà uno strumento narrativo intermittente, e non un tema trattato con la stessa attenzione ogni settimana, ogni mese, ogni anno, continueremo a rincorrere i casi invece di ridurre il fenomeno, e continueremo a confondere l’eco con la realtà.

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