Un gruppo di 147 venezuelani, espulsi dagli Stati Uniti il giorno stesso del devastante terremoto, ha visto ridurre drammaticamente il numero dei sopravvissuti in seguito al crollo dell’hotel in cui erano alloggiati. Solo 12 persone sono riuscite a mettersi in salvo.
La deportazione, disposta dall’amministrazione Trump come parte di un programma anti-immigrazione, ha costretto questi cittadini venezuelani a tornare nel loro Paese in un momento di particolare fragilità sociale e politica. Il sisma, avvenuto nel tardo pomeriggio, ha colpito in diverse zone, ma il crollo della struttura alberghiera ha avuto conseguenze devastanti per quanti vi si trovavano.
Il momento della deportazione ha coinciso con un’urgente richiesta di assistenza internazionale per il Venezuela, che sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti. L’ostinazione nel mantenere rigide politiche migratorie ha suscitato interrogativi sulla responsabilità degli Stati Uniti nelle sorti dei migranti costretti a rientrare in situazioni di pericolo.
Le operazioni di soccorso, rese difficili dalle condizioni meteorologiche avverse, hanno avuto il compito arduo di recuperare i corpi nelle macerie, mentre il governo venezuelano ha promesso di avviare un’inchiesta. Si attende ora che anche le autorità americane rispondano alle numerose domande sollevate dalle famiglie delle vittime e dagli attivisti per i diritti umani.
La vicenda si offre come un drammatico spaccato delle conseguenze delle politiche migratorie americane, legate a delicati equilibri geopolitici, e lascia in sospeso interrogativi sulla protezione dei diritti fondamentali degli esseri umani, che travalicano ogni confine.
